Tibet, storia e filosofia di un paese oppresso dal regime comunista cinese


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Nel cuore dell’Asia si trova il Tibet, una terra che dal punto di vista ambientale risulta essere una delle più importanti del mondo. Situato a nord dell’India, del Nepal, del Buthan e della Birmania, a ovest della Cina e a sud del Turkestan orientale,il Tibet ha un’altitudine media di 3.650 metri sopra il livello del mare e molte delle sue montagne superano gli 8.000 metri. Tra esse spicca l’ Everest che, con i suoi 8.848 metri, è la vetta più alta della Terra. L’altopiano tibetano, denominato dai primi visitatori occidentali “il tetto del mondo” per essere il più alto e il più esteso del nostro pianeta, domina tutta la parte centrale del continente asiatico.  Per duemila anni il Tibet è stato composto dalle regioni Kham, Amdo e U-Tsang, facenti parte di un unico stato. Dall’occupazione della Cina comunista, avvenuta nel 1949, è stata istituita la così detta Regione Autonoma Tibetana, che comprende unicamente la regione di  U-Tsang. La nazione possiede una storia documentata vecchia di 2000 anni e, come provato dai reperti archeologici, una civiltà che risale a più di 6000 anni fa. Da tempi antichissimi e, in modo particolare, dall’avvento della religione Buddista, nel settimo secolo, il Tibet ha sviluppato un patrimonio culturale inestimabile.

Prima dell’invasione cinese, il Tibet era  un territorio equilibrato e stabile, dove la conservazione dell’ambiente era parte essenziale della vita quotidiana degli abitanti. I tibetani vivevano in armonia con la natura grazie alla loro fede nella religione buddista, che asserisce l’interdipendenza di tutti gli elementi esistenti sulla terra, siano essi viventi o non viventi. Il buddismo proibiva l’uccisione degli animali e insegnava la compassione per gli esseri viventi e l’ambiente. In Tibet crescevano più di 100.000 specie di piante ad alto fusto, alcune delle quali rare ed endemiche e crescevano più di 2.000 varietà di piante medicinali. Le foreste vantavano un’estensione di oltre 25 milioni di ettari, la maggior parte dei quali ricoprivano i pendii scoscesi della regione sud orientale del paese. Si trattava di foreste di conifere tropicali e subtropicali, per la maggior parte costituite da abeti rossi sempreverdi, pini, larici, cipressi, betulle e querce, perlopiù multicentenarie. Esistevano 532 specie di uccelli raggruppate in 57 famiglie e il territorio era  ricco di risorse minerali mai sfruttate. Nel sottosuolo del Tibet vi sono ancora oggi 126 tipi di minerali tra i quali oro, litio, uranio, cromite, rame, borace e ferro. Il paese possiede inoltre i maggiori giacimenti d’uranio del mondo e importanti giacimenti di petrolio, che nella regione dell’Amdo consentono l’estrazione annuale di più di un milione di tonnellate di greggio. Nel 1949 la storia del Tibet cambiò il proprio corso, a causa dell’invasione dell’esercito della Repubblica Popolare Cinese, chiamato eufemisticamente “di Liberazione”. Nel maggio 1951, dopo aver sconfitto il piccolo esercito tibetano e aver occupato metà del territorio, il governo cinese impose al governo il cosiddetto “Accordo in 17 punti per la liberazione pacifica del Tibet“. Tale accordo,  sottoscritto forzatamente, con la pressante  presenza di 40.000 militari e la prospettiva di una totale eliminazione del Tibet, lasciava alla popolazione pochissime possibilità di scelta. Il diritto internazionale non ha mai riconosciuto la validità di questo accordo. Da quel momento la visione armonica dei tibetani nei confronti della natura fu brutalmente sostituita  dalla visione materialista dell’ideologia comunista cinese. Il paese fu penalizzato da devastanti interventi e distruzioni ambientali, che causarono la deforestazione, l’immiserimento dei pascoli, lo sfruttamento incontrollato delle risorse minerarie, l’estinzione della fauna selvatica, l’inquinamento da scorie nucleari, l’erosione del suolo e le frane. Attualmente, la situazione ambientale in Tibet è altamente critica e le conseguenze di questo degrado sono avvertite ben oltre i suoi confini.

 

Da quando l’esercito di Liberazione della Repubblica Popolare Cinese ha invaso il paese, più di 1.200.000 tibetani, circa un sesto del totale della popolazione, sono morti  come conseguenza della persecuzione politica, degli arresti, delle torture e della carestia. Oltre 6000 monasteri sono stati distrutti. Sua Santità il 14° Dalai Lama, capo politico e spirituale, nel 1959 è stato costretto a lasciare il paese e a cercare rifugio in India. Con lui, sono fuggiti 85.000 tibetani. La situazione politica e sociale in Tibet, oggi, è sempre più  grave. Continua l’afflusso dei coloni cinesi, che hanno ormai ridotto la popolazione autoctona a una minoranza all’interno del proprio paese:  le cifre parlano di sette milioni e mezzo di coloni e sei milioni di tibetani. Le attività religiose e la libertà di culto sono fortemente ostacolate, proseguono gli arresti e le detenzioni arbitrarie, i detenuti sono percossi e torturati. Il presunto “miracolo economico” cinese non ha recato alcun concreto vantaggio, anzi ha portato alla progressiva emarginazione dei tibetani dalla vita economica e sociale. Le stesse grandiose infrastrutture (gasdotti, ferrovie, aeroporti), volute dal governo di Pechino, non sono di nessun beneficio alla popolazione e favoriscono, di fatto, l’afflusso di nuovi coloni, che costituiscono una costante minaccia alla cultura e alle tradizioni del paese. L’Onu ha approvato ben tre risoluzioni a favore del Tibet, in cui si esprime preoccupazione circa la violazione dei diritti umani e si chiede “la cessazione di tutto ciò che priva il popolo tibetano dei suoi fondamentali diritti e delle libertà, incluso il diritto all’autodeterminazione”. A partire dal 1986, numerose risoluzioni del Congresso degli Stati Uniti, del Parlamento Europeo e di molti parlamenti nazionali hanno deplorato la situazione esistente in Tibet e nella stessa Cina, esortando il governo cinese al rispetto dei diritti umani e delle libertà democratiche. Malgrado gli incessanti appelli della comunità internazionale, il diritto del popolo tibetano alla libertà di parola è sistematicamente violato, migliaia di cittadini sono tuttora imprigionati, torturati e condannati senza processo. Oggi, nel XXI secolo , le condizioni carcerarie sono disumane, le donne sono costrette a subire involontariamente la sterilizzazione e l’aborto, gli uomini sono perseguitati per il loro credo religioso, monaci e monache sono costretti a sottostare alle “sessioni di rieducazione patriottica”, a denunciare il Dalai Lama e a dichiarare obbedienza al Partito comunista.

 

La filosofia di vita e la medicina orientale speranza del popolo tibetano

Gli occidentali sono sempre più alla ricerca della pace interiore, incarnata molto bene dalla cultura e dalla medicina orientale. Stressati dalla vita quotidiana e dalle sue molteplici problematiche, amano rifugiarsi in Tibet, che rappresenta per loro la pace spirituale e l’equilibrio tra corpo e mente, alla ricerca di quella parte dell’io che sembra perduta, il così detto corpo sottile. Secondo la medicina tibetana, l’uomo possiede tre “Umori” chiamati Energia Sottile, Bile e Flemma. Essi  sono alla base del funzionamento del corpo, sia nello stato di benessere sia in quello di malattia. Compito della medicina è tenerli in buon equilibrio. I tre umori sono in relazione con determinati punti del corpo umano e presiedono allo svolgimento di alcune specifiche funzioni: l’Energia Sottile corrisponde al sistema nervoso centrale e secondario, la Bile al funzionamento del fegato e del sangue, il Flemma è connesso al sistema endocrino e linfatico. Quando nel corpo umano i tre Umori sono in uno stato di equilibrio dinamico, si dice che l’individuo è in buona salute, libero da turbamenti di carattere psico-fisiologico. La mancanza di equilibrio anche in una sola di queste parti comporta lo stato di malattia. Che insorge quando, a causa di un errato comportamento fisico o mentale, avviene un’alterazione delle energie cosmo-fisiche presenti dentro di noi. L’elemento fondamentale delle terapie mediche tibetane è costituito dalle pillole a base vegetale e minerale, che gli stessi dottori producono attraverso un processo piuttosto lungo e complesso. Oltre al trattamento di particolari erbe e radici, di metalli e minerali, viene svolto un rituale  con  la recita di determinate preghiere (mantra) che infondono alle pillole speciali energie. Si tratta dunque di una situazione che può ricordare certi procedimenti alchemici, in cui la dimensione propriamente medica si lega strettamente alle tecniche psico-fisiche del Buddismo tantrico.

La filosofia di vita e la medicina tibetana, fortunatamente, non sono state “liberate” dall’esercito cinese, sono preservate e profondamente radicate nella cultura della popolazione sopravvissuta.

 

Il turismo, unica finestra del Tibet sul mondo

Nel complesso, il Tibet ovvero la Regione Autonoma, è un paese sicuro per i turisti. Solo in passato si sono verificati alcuni incidenti tra ufficiali di sicurezza e turisti occidentali, spesso dovuti alle eccessive tariffe dei posti di controllo. Il problema più serio è costituito invece dall’altitudine e dagli effetti da essa provocati.

Il turismo rappresenta oggi per il Tibet l’unica finestra sul mondo.

Da aprile a giugno il Tibet è caldo e asciutto. L’inverno è molto freddo e un viaggio in questo periodo può essere difficoltoso. Proprio a causa del minor afflusso di turisti, però, può diventare più piacevole. Da luglio a settembre i monsoni colpiscono varie zone del paese, mentre la parte occidentale e quella verso il Nepal risultano impraticabili. Il viaggio può subire restrizioni nei cosiddetti “periodi di allerta”, cioè in concomitanza di eventi a favore dell’indipendenza o in alcune date particolarmente “sensibili”, nelle quali l’esercito cinese prevede possibili agitazioni.

 

 



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