Marina Abramovic al PAC di Milano


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È tornata in Italia l’artista performer di fama internazionale Marina Abramovic. Ha trascorso gli ultimi anni a New York dove nel 2010 il MoMa le ha spalancato le porte per realizzare una performance di grande successo, intitolata Marina Abramovic. The artist is present. E’ rimasta per 700 ore seduta, senza muoversi, senza parlare, a guardare gli spettatori che si sedevano al suo tavolo e che a loro volta la contemplavano. Adesso, arrivata a Milano, ha presentato al PAC un nuovo evento performativo: The Abramovic Method che si terrà fino al 10 Giugno 2012 e che sin dai primi giorni ha riscosso grande attenzione ed entusiasmo da parte del pubblico e della critica.

Nata a Belgrado 66 anni fa, la Abramovic si afferma sulla scena artistica internazionale nel 1996 quando partecipa alla Biennale di Venezia mostrandosi al pubblico per giorni e giorni seduta su di una montagna di ossa intenta a pulirle una per una, mentre canta antiche litanie in serbo, recita preghiere e sbatte in faccia al mondo indifferente, la sofferenza del suo popolo che in quegli anni soccombe al massacro della guerra civile. A Venezia le viene conferito il Leone D’Oro e da quel momento, di Marina Abramovic non si smette più di parlare e di scrivere, diventa fonte di ispirazione per artisti e cantanti (come la stessa Lady Gaga confessa), icona dei fashion designer, musa per i registi e artista di riferimento per schiere di fedeli, in poche parole: una celebrità.

Donna affascinante, misteriosa e caparbia, non ha mai smesso di oltrepassare i limiti, di mettere alla prova il suo coraggio, di sfidare le convenzioni e di mettere a nudo la propria identità per lasciare un segno indelebile e del tutto personale nel panorama artistico contemporaneo, per meritarsi quel frammento di eternità cui ogni artista ambisce.

Del suo corpo Marina Abramovic ne ha fatto il  suo pennello e la sua tela. Con grazia ed eleganza, senza ostentazione, senza mai eccedere nella sensualità o cadere nella volgarità, il suo corpo l’ha usato per oltrepassare le barriere della fisicità, per sfidare gli sguardi inquisitori, per sondare le pieghe del dolore, per commuovere, scuotere, protestare, soffrire e raccontare la sofferenza, per raggiungere l’anima attraverso una catarsi che passa dalle cicatrici del suo corpo per poi arrivare allo spirito.

Con il corpo ha raggiunto uno spazio interiore, con il corpo è arrivata alla mente, attraverso un lungo percorso che parte dagli anni ’70, in giro per il mondo, senza fissa dimora perché la sua casa è il suo corpo, come lei stessa afferma. Marina Abramovic non ha risparmiato nemmeno un angolo del suo corpo, né si è mai risparmiata il confronto con il pubblico, un pubblico che è complementare alla sua arte e parte integrante delle sue performance: “se non c’è pubblico, non c’è arte”, lei sostiene.

Ed è proprio il pubblico la parte attiva dell’evento realizzato al PAC di Milano.

Per la prima volta, concretizzando la direzione intrapresa nelle ultime performance, Marina Abramovic sposta il fulcro della sua arte dal proprio corpo, dalla propria esperienza fisica, mentale e spirituale a quella del pubblico che diviene protagonista.

In The Abramovic Method l’artista diventa una guida per le esperienze altrui, compare e scompare come l’ombra con l’intento di lasciare che siano i partecipanti (che si sono prestati volontariamente) a vivere l’arte in prima persona. Così un gruppo di prescelti hanno firmato un accordo in cui si impegnavano a portare a termine le due ore di performance, hanno indossato grembiuli bianchi e cuffie che li isolavano completamente dai rumori esterni, hanno chiuso gli occhi ed hanno iniziato a rilassarsi prima sedendosi su sedie di legno poggiate su cristalli di quarzo, poi in piedi sotto un magnete ed infine distendendosi su panche di legno con sotto pietre di quarzo. Insomma non più il corpo in primo piano ma la mente e lo spirito con i suoi moti e i suoi silenzi; e non più Marina Abramovic quale protagonista indiscussa della performance ma il pubblico, che per una volta ha ribaltato i ruoli e per due ore si è forse aggiudicato un granello di eternità.

Michela Cella,



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