Epoche. «C’è amore nell’aria»


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C’è amore nell’aria quando arriva la primavera. Quando gli alberi si tingono di rosa e le strade tornano a riempirsi di ragazzi, la sera, a chiacchierare per ore nell’aria di nuovo limpida e profumata.

Ma i martedì della primavera 1978, in molti la sera restammo a casa. Davanti alla televisione.  Comportamento insolito per degli spumeggianti adolescenti pieni di vibrazioni e affamati di vita. Cosa trasmetteva la Rai, radio televisione italiana, di così importante quelle sere da trattenerci inchiodati alla tv?

La sigla era già tutto un programma: «c’è amore nell’aria, ovunque mi guardo intorno, in ogni visione, in ogni suono, nel sussurro degli alberi, nel tuono del mare, nel sorgere del sole o quando il giorno sta per finire…» [1].

Ma il bello era l’ora e mezza, le due ore che seguivano quella canzonetta dolce che quell’anno giunse fino al quarto posto della classifica di Hit parade. «Non esito a definirla una delle più notevoli rassegne comparse sul video», scrisse la vigilia dell’ultima proiezione, la dodicesima, il giornalista Ugo Buzzolan [2]. E sicuramente non sbagliava. Fino ad allora in tv avevamo visto certamente grandi film: classici, western, veri capolavori… del passato. Quella serie, curata dal grande Callisto Cosulich, fu una vera e propria rivoluzione. Quei film, inediti per la tv, erano passati, non tutti, in sperdute sale d’essai. Proiezioni per pochi appassionati, dunque. Ora il ciclo «L’altra Hollywood» ovvero «Il cinema degli Anni 70», entrava prepotentemente nelle case di tutti gli italiani. E noi ragazzi eravamo lì, piantati davanti allo schermo, pronti a ricevere quel cibo per il cervello, fosforo e proteine, eccitati e sognanti come Alice, un attimo prima di saltare l’ultimo ruscello e diventare Regina [3].

Alice, già. Il simbolo stesso dell’underground (una bambina che s’infila in un buco per terra e vaga per cunicoli affrontando avventure meravigliose). Avventure sotterranee, clandestine, in spazi non istituzionali, non codificati. L’affascinante fuga dal regime familiare, dai padri e dalle madri, dalla vita stagnante e sedentaria dei tanti Mr. Jones, dei mille signor Rossi: gli uomini qualsiasi delle “folle solitarie” (lonely crowds) [4].

Il primo film di quella serie, pertanto, non poteva non essere dedicato ad una Alice. E così fu la volta di Alice e del suo sgangheratissimo ristorante [5]. Il film («favolistico-paradossale»), è la storia di un giovane cantante folk, Arlo Guthrie, che interpreta sé stesso, figlio del grande Woody Guthrie. Iscrittosi all’Università per evitare di andare a combattere in Vietnam, viene presto espulso dalla scuola. Dopo aver fatto un po’ di tutto per non essere spedito in guerra, ci riesce quasi in maniera involontaria. Arrestato per aver gettato immondizia il giorno del Ringraziamento in una discarica proibita, con le fedina penale ormai macchiata non può essere più arruolato. Il tutto si svolge attorno al ristorante di Alice (l’attrice Pat Quinn) e di Ray Brock (l’attore James Broderick), che gestiscono questo luogo surreale, ricavato in una chiesa sconsacrata a Great Barrington nel Massachusetts, oggi sede del Guthrie Center e della fondazione Guthrie. Quel singolare ristorante fornisce i mezzi di sostentamento ad una comunità di hippies e di «non integrati che sopravvivono alla civiltà industriale con vari espedienti» [6].

Nel ristorante di Alice si può trovare ogni cosa, come recita l’omonima canzone di Arlo: «You can get anything you want in Alice’s restaurant» [7]. E in effetti non manca nulla dell’iconografia hippie: il mitico pulmino Wolkswagen rosso ed i lunghi capelli dei ragazzi, a sbeffeggiare i cartelli pubblicitari che ai bordi delle lunghe e diritte strade «sempre avanti ad occidente» [8] recitavano «Keep America beautiful. Cut your hair». Arricchito dalle musiche di Guthrie, Pete Seeger e Joni Mitchell, il film uscito nel 1969, era stato presentato, non senza polemiche, come pellicola inaugurale della rassegna “Incontri col cinema americano” al festival di Sorrento nel settembre 1970.  «A Sorrento però gli applausi soverchiarono i dissensi. [Nelle poche sale d’essai in cui fu proiettato] l’esito fu assai più movimentato e le parole grosse si sprecarono, specie da parte di contestatori, per partito preso, di qualsiasi tipo di cinema americano» [9].

Gli altri film della serie tv che seguirono, furono «Fragole e sangue», straordinario spaccato universitario negli anni del dopo-Berkeley, diretto da Stuart Hagmann (1970); «America, America, dove vai?» dell’affermato fotografo Haskell Wexler (1969); «Taking off», film sulla droga di Milos Forman appena arrivato dalla Cecoslovacchia (1971); «Sugarland Express», seconda opera, dopo «Duel», dell’allora promettente Steven Spielberg (1974); «La sua calda estate» di Paul Williams (1969); «L’uomo caffelatte» di Melvin Van Peebles (1969); «Non torno a casa stasera» di Francis Ford Coppola (1969); «Diario di una casalinga inquieta» di Frank Perry (1970); «È ricca, la sposo e l’ammazzo» di Elaine May (1972); «Piccoli omicidi» di Alan Arkin (1971); «Il mediatore» di Robert Mulligan (1974).

Cosulich, pur avendo raccolto questo po’ po’ di opere, lamentò di non aver potuto includere nella serie altri pezzi pregiati, tra cui il mitico «Easy Rider» di Denis Hopper e Peter Fonda che nel 1969, proprio insieme a «Alice’s Restaurant», aveva dato inizio al nuovo corso: ma «Easy Rider» era ancora nelle mani di distributori che non lo mollavano tanto facilmente, intenzionati ancora a sfruttarlo economicamente.

Il successo negli States di questi film “del dissenso”, tutti prodotti tra il 1969 e il 1974, spinse le «Major Companies» hollywoodiane a cavalcare l’onda e ad accostarsi al gusto e alle esigenze delle nuove generazioni. Businnes is businnes! E quindi cominciarono ad essere affrontati anche temi spinosi, politicamente scorretti, apparentemente senza troppe remore: «l’organizzazione industriale cinematografica è stata costretta a recepire — per moto sincero o per astuto calcolo — la spinta che arriva irresistibile e perentoria da fuori, con la contestazione universitaria, la ribellione dei negri, le lacerazioni per la guerra nel Vietnam, i fermenti che travagliavano la vita americana anche nei risvolti più privati, nei rapporti tra conviventi, tra generazione e generazione» [10].

La tragedia del Vietnam in particolare, ferita purulenta ed aperta nel corpo americano, entrò nel circuito dei processi di mercato ed iniziò così un lungo e tormentato percorso di elaborazione non solo interno alla società statunitense. Venne infatti coinvolta anche quella europea, raggiunta da quei film e da quelle musiche.  «La mia generazione fa guerra alla gioventù. Se i ragazzi credono nel nostro sistema li mandiamo in Vietnam, se invece manifestano il loro dissenso li domiamo con la forza. II modo migliore per allargare ancora la frattura tra padri e figli…» [11].

I giovani americani cominciarono così a ripensare, cambiando il punto di vista, anche le radici della loro pur breve storia. Non era mai successo prima. Come non ricordare allora un altro mitico film di quegli anni come «Soldato blu» di Ralph Nelson (1970), ispirato al massacro di Sand Creek del 29 novembre 1864, forse il primo film prodotto dalla parte degli indiani.

Già nel 1978 però, molti osservatori, sottolineando la qualità e i contenuti dei film di quella straordinaria stagione 1969-1974, constatavano come Hollywood si stesse riprendendo la sua “antica faccia”, indirizzandosi «verso produzioni di colossi, di film di sicura commercialità o di opere falsamente spregiudicate e invece di tutto conforto (come «Tutti gli uomini del Presidente») [12]».

Un’America dunque capace di guardare sé stessa anche nei momenti più imbarazzanti, ma che poi sa trasformarli in nuova linfa per rilanciarsi verso altre avventure da brivido, non sempre migliori delle precedenti.

La primavera del 1978, sarebbe stata la mia ultima trascorsa in provincia. Avrei lasciato, per sempre, quel baccello ovattato e caldo: i vialetti sereni, i cortili con gli amici, la famiglia (iper)protettiva. Con l’autunno me ne sarei andato via. Solo. All’università e per sempre. Me ne sarei andato in una città turbolenta ed eccitante. A cui sarebbero seguite altre metropoli ancora. Affascinato dal viaggio. Dalla strada ignota, dal treno che solca le campagne. Un’armonica e tante chitarre per suonare ballate tristi, come quelle di Arlo e dei suoi amici. E fu con quegli occhi sognanti e con quello spirito d’avventura che io ed i miei compagni di Liceo, guardammo quella sera di marzo del 1978 «Alice’s Restaurant» e poi ancora tutti gli altri film di quella formidabile rassegna. Dopo, io e loro, non saremmo più stati gli stessi. Ma questo, allora, non ci faceva paura. Per niente.

Gabriele Paradisi

 

 

Note

[1] John Paul Young, Love is in the air, 1978.

[2] Ugo Buzzolan, America inquieta in dodici film, La Stampa, 4 luglio 1978.

[3] «Quando cantò le ultime parole della ballata, il Cavaliere raccolse le redini e voltò il capo del cavallo verso la strada per cui erano venuti. “Non hai più che pochi metri davanti a te” disse “giù per il colle e oltre quel ruscelletto, e poi sarai Regina… Ma non vuoi aspettare un momento per vedermi partire?” aggiunse, mentre Alice si voltava con espressione infervorata nella direzione indicatale. “Non ci metterò molto. Aspetta e agita il fazzoletto quando arrivo a quella svolta nella strada! Credo che mi darà coraggio sai.” “Certo che aspetterò” disse Alice “e tante grazie per essere venuto fin qui… e per la canzone… mi è piaciuta moltissimo.” […] Così si strinsero la mano, e poi il cavaliere si allontanò lentamente verso la foresta. “Non credo che ci vorrà molto per vederlo sparire” si disse Alice mentre lo guardava […] e quando il cavaliere arrivò alla svolta, lei gli sventolò il fazzoletto, e attese finché lui non fu sparito dalla vista. “Spero di avergli dato coraggio” disse Alice voltandosi per scendere di corsa la collina: “e ora l’ultimo ruscello, per diventare Regina! Che parola grandiosa!”» (Lewis Carrol, Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò, 1872).

[4] Gianni Celati, Alice, in Annisettanta il decennio lungo del secolo breve, Skira 2007, catalogo della mostra tenutasi alla Triennale di Milano dal 27 ottobre 2007 al 30 marzo 2008, a cura di Marco Belpoliti, Gianni Canova e Stefano Chiodi.

[5] «Alice’s Restaurant» viene mandato in onda il 31 marzo 1978, alle 21.30 sulla Rete Due Rai. Il film per la regia di Arthur Penn, era uscito negli Stati Uniti il 19 agosto 1969, ovvero il giorno immediatamente successivo la chiusura della tre giorni del Festival di Woodstock a cui Arlo Guthrie aveva partecipato.

[6] Vice, l’Unità, 24 settembre 1970.

[7] La canzone Alice’s Restaurant, scritta tra il 1966 e il 1967 da Arlo Guthrie, ha una durata di oltre 18 minuti. È un lungo monologo accompagnato da chitarra interrotto di tanto in tanto da un ritornello musicale.

[8] Francesco Guccini, 100 Pennsylvania Avenue, 1978.

[9] Vice, Svolta del cinema Usa col Ristorante di Alice, La Stampa, 30 marzo 1978.

[10] Ugo Buzzolan, America inquieta in dodici film, La Stampa, 4 luglio 1978.

[11] Luisella Re, Rivoluzione capellona, Stampa Sera, 15 gennaio 1970.

[12] «Tutti gli uomini del presidente» film diretto da Alan J. Pakula del 1976, ispirato al libro omonimo dei due giornalisti del Washington Post Bob Woodward e Carl Bernstein, che con la loro inchiesta sullo scandalo Watergate, iniziata nel giugno 1972, portarono alle dimissioni del presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon il 9 agosto 1974.

 



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