Epoche. Quel tempo quando il tempo era lento


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Dal punto di vista pratico, un esercizio costruttivo per scovare gli armadi nascosti nei recessi della nostra mente, riaprirne i cassetti così da riportare in luce i preziosi contenuti, è sicuramente quello di sfogliare una vecchia collezione di giornali o di riviste.

Oggi, grazie alla rete, molti archivi completi di quotidiani sono consultabili anche gratuitamente. Ciò è buona cosa, ma resta unico e inarrivabile il piacere di sfogliare un reperto originale. Dalla carta ingiallita e polverosa di un rotocalco si alzano sensazioni uniche, speciali e irripetibili. E allora buona caccia nei mercatini dell’usato.

 

Noi, in quegli anni, mi riferisco agli anni ’60 e ’70, le cose le toccavamo con le nostre mani. Nemmeno sapevamo cosa fosse la realtà virtuale. Da bambini le nostre ginocchia sbucciate e costellate di croste di sangue rappreso testimoniavano il nostro essere parte integrante della natura circostante. Eravamo un tutt’uno con la ghiaia infida dei marciapiedi, o con la ruggine marrone delle reti divisorie dei cortili.

Diventati più grandicelli, erano stati i fogli odorosi di ciclostile o i formati improbabili dei giornali di allora, a rivendicare la nostra appartenenza ad un mondo fatto di contatto, di pelle, di sudore, di sangue, di sapori e odori. Un mondo dove tutti i sensi erano coinvolti. Sempre. Un mondo poi, anzi soprattutto, in cui il tempo scorreva lento. Molto lento.

Tutto allora richiedeva tempo: i nostri semplici desideri per avverarsi o le nostre prime piccole fatiche e doveri.

Dovevamo, ad esempio, attendere una settimana intera la puntata di uno sceneggiato – l’unico sceneggiato possibile che la tv metteva in onda. La bulimia odierna di canali e di trasmissioni non permette nemmeno di immaginare come ciò potesse avvenire – senza dire poi che, qualora si fosse saltato l’appuntamento, non c’era una seconda possibilità. Dovevamo aspettare un mese per comprare all’edicola più vicina l’albo del nostro fumetto preferito e la ricerca del giornaletto perduto o mancante alla collezione diventava una vera e propria caccia al tesoro, spesso entusiasmante ma che richiedeva un tempo imprecisato e comunque lungo. Anche le ricerche scolastiche, da sviluppare in compagnia degli amici nella penombra solenne di una biblioteca, la quale apriva solo a certe ore e non sempre il libro scelto al primo colpo risultava quello giusto, reclamavano tempo e impegno fisico.

«Oggi abbiamo tante cose in più dai telefonini all’iPad: ma ci sono due cose degli anni Settanta che rimpiango. La prima è il borsello, altro che le tasche bucate da troppi oggetti di adesso: non si poteva guardare, ma che comodità… L’altra è la capacità che si aveva a quei tempi di lottare per ciò che si desiderava: di sognare, di soffrire. Ora invece non facciamo in tempo a volere qualcosa che già l’abbiamo ottenuta» (Luca Zingaretti, intervistato da Claudia Mormoglione, Famiglia, sorrisi e canzoni anni Settanta, la Repubblica, 2 novembre 2011).

In effetti, anche se la sofferenza purtroppo non l’abbiamo sconfitta, oggi viviamo tempi frenetici e tutto è, o almeno ci sembra, a portata di un click.

Anche, addirittura, scampoli di quel passato così dolce nei nostri ricordi. E ciò, lo ammetto, mi gratifica e mi soddisfa assai. Ho già detto dei giornali i cui archivi sono accessibili senza più dover entrare in una emeroteca, ma anche alcune serie complete dei telefilm per la tv che tanto amavamo, sono ormai reperibili quasi senza fatica. Un semplice download e possiamo goderci il mitico Gino Cervi-Maigret seduto ad un bistrot di una magica e grigia Parigi, gustarsi per diciotto minuti diciotto, uno squisito pollo al vino, al punto che ci pare di essere seduti accanto a lui e di sentire con lui gli stessi odori densi di quella trattoria.

Maigret: [uscendo da una trattoria, insieme al collega americano Spencer, si ferma ad osservare un cliente che mangia con appetito] Scusate, potrei sapere cosa state mangiando?

Cliente: Pollo al vino.

Maigret: Ahah… al vino! Deve essere ottimo, a sentire dall’odore…

Cliente: Squisito.

Maigret: Signor Spencer, vi seccherebbe pranzare qui, in questa piccola trattoria?

Spencer: Ne sarei lietissimo. I miei amici dell’ambasciata mi hanno sempre condotto soltanto in ristoranti di lusso.

Maigret: Va bè, non ve ne pentirete, spero eh! [alla cameriera] Chiamatemi il padrone!

Cameriera: Subito signor Commissario. Padrone! C’è il signor Commissario.

Padrone: Ah chi?

Cameriera: Il Commissario Maigret.

Padrone: Oh lallallah! Signor Commissario… Quanto tempo che non avevamo il piacere eheh… [alla cameriera] Chiama la padrona su… Come sarà contenta di vedervi…

Maigret: Il signore ed io desidereremmo pranzare.

Padrone: Bene. Accomodatevi. Quale tavolo preferite? Questo? Quello vicino alla finestra? Dove?

Maigret: No… forse questo, questo perché è più vicino al telefono…

Padrone: Benissimo!

Maigret: [a Spencer] Accomodatevi.

Padrone: Melanie. Melanie guarda chi c’è…

Padrona: Signor Maigret che bella sorpresa. State bene? E la signora?

Maigret: Tutti bene grazie. E voi?

Padrona: Come Dio vuole. La salute non manca. Volete pranzare?

Maigret: Sì, certamente, e bene, anche. Cos’avete di buono? Guardate che ho un amico molto esigente.

Padrona: Se mi aveste telefonato… Ma, insomma, qualcosa di passabile c’è.

Maigret: Ho sentito un odorino di pollo al vino…

Padrona: È appena finito di cuocere. Se al vostro amico piacciono i funghi, ne ho ricevuto un cesto questa mattina, di quelli belli, sodi…

Maigret: Beh cosa ne dite, signor Spencer?

Spencer: Mi fate venire l’acquolina…

Maigret: Va bè, allora d’accordo per il pollo e per i funghi.

Padrona: Prima i funghi, poi il pollo.

Maigret: Siamo nelle vostre mani…

Padrona: Lasciate fare a me! Ho appena preparato un piatto di funghi alla Bordolese che il vostro amico se ne ricorderà per un pezzo.

Padrone: E come vino? Il solito beaujolais?

Maigret: Certamente il solito beaujolais!

Padrone: Beaujolais…

Maigret: Vedrete che mangeremo benino qua…

Questo dialogo semplice ma curato, finalizzato a creare la giusta calda atmosfera, è tratto dall’episodio intitolato “Un’ombra su Maigret”, trasmesso dalla Rai per la prima volta in tre puntate il 27 dicembre 1964, il 1° e il 3 gennaio 1965. Fu l’episodio d’apertura della prima serie dello sceneggiato Le inchieste del commissario Maigret, per la regia di Mario Landi. Complessivamente vennero prodotti 16 episodi divisi in quattro stagioni. L’ultima, nel 1972, coincise con l’abbandono delle scene da parte di Gino Cervi che morirà nel 1974 all’età di settantadue anni.

Quale fiction (adesso si dice così) potrebbe oggi permettersi il lusso di consumare diciotto minuti di pellicola inquadrando due avventori a tavola che chiacchierano amabilmente? Quanti spettatori, penso ai miei figli, sopporterebbero diciotto minuti di un film privo di azione? Ed io invece mi commuovo a rivedere quelle scene e vorrei essere dentro quella trattoria in bianco e nero, immaginando una nebbiolina avvolgente fuori dalla finestra a pervadere la magia delle strade di Parigi.

 

La facilità con cui oggi la tecnologia ci permette di ritrovare quei frammenti di pura arte non ne svilisce minimamente la grandezza originaria che tanto aveva colpito allora la nostra immaginazione. Non diminuisce di nulla la dolcezza morbida di quello scorrere a volo d’uccello sulle vie parigine durante i titoli di coda, col sottofondo triste, della zuccherosa melodia del Frin frin frin di Toni Renis [1].

Paradossalmente la tecnologia che ha violentato i nostri tempi biologici, sconvolgendoci i ritmi di vita, oggi ci offre grandi opportunità per recuperare quel tempo in cui… il tempo era lento.

 

D’altronde, dobbiamo ammetterlo, la frenesia odierna è come una droga. Ci siamo assuefatti, ne siamo ormai irrimediabilmente dipendenti. La odiamo, ma probabilmente, dobbiamo essere onesti, difficilmente reggeremmo un ritorno al «tempo [che] corre piano come un treno dentro a una galleria» [2]. Anche se il nostro organismo è stravolto e scosso da questo affanno che non dà tregua, non possiamo più fare a meno di tutti quei marchingegni che ci hanno rubato il tempo ed il lusso di annoiarci. Sempre nuove patologie assalgono il nostro corpo sballottato di qua e di là, alla ricerca forsennata di chissà che cosa, ma ormai non possiamo più privarci del “mondo a portata di mano in tempo reale”.

E allora almeno cerchiamo di mettere questa tecnologia “disumana” al nostro servizio. Magari anche solo per un poco. Al servizio dei nostri piaceri. E non è forse uno dei piaceri più alti quello di recuperare e gustarsi briciola per briciola, un pezzetto alla volta come da un piatto fumante di pollo al vino, i ricordi dei nostri giorni felici?

Gabriele Paradisi

 

 

 note

[1] La canzone Frin, frin, frin del 1968 di Toni Renis e Alberto Testa era la sigla di chiusura della terza serie di Le inchieste del commissario Maigret (1968).

[2] Francesco De Gregori, Natale (1978).



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