Epoche. Il gol di Francisco


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Settembre… Ricordo ancora quell’11 settembre 1973. Uno dei tanti, dei troppi… 11 settembre. Sempre, immancabilmente, segnati da quel colore di morte. Il nero. Come il settembre nero di Giordania (1970) e dei commando assassini che ne seguirono. Nero come il fumo nero che si levò, trent’anni dopo, da torri in fiamme sull’isola con molte colline (2001).

Nero, come gli occhiali di un generale cileno…

«Forse sarà… quest’aria di settembreo solo che tutto cambia sempre… L’estate va… e poi ogni giorno muore e se ne va… portandosi con se la mia allegria… Forse sarà… quest’aria di settembre… so solo che sto diventando grande… ecco cos’è… mi viene da ridere… due lacrime ma poi perché di colpo tutto non è facile» [1].

Ho sempre amato settembre e i dolci «violini d’autunno». Quei primi, timidi singulti «a lacerare il cuore d’un languore monotono» [2]. Quando l’aria diventa densa. Una lanugine leggera, una foschia ancora tiepida…

Settembre: anticamera cheta di “autunni caldi”, inverni gelidi e primavere piovose…

Settembre: incipit e presagio di stagioni sofferte quando l’adolescenza, però, è ancora robusta. Senza paure o stanchezze.

«Alla prima luna di Settembre s’inchinano sette lune!».

«Forse sarà… quest’aria di settembre… Come i gol che facevo… contro una porta di legno… con le ginocchia sbucciate d’esterno… gol… E la mia mamma che chiama… che è già pronta la cena… ma voglio ancora giocare un po’! …E allora salvalo amore… questo bambino che trema… che vuole tutto l’amore che c’è…» [3].

Il 1973 fu per me il vero anno di passaggio dall’infanzia all’adolescenza e settembre fu lo snodo. Iniziavo infatti il Liceo e mi cambiava il mondo dentro e intorno. Ricordo quei primi giorni eccitanti quando arrivavo in prossimità dei cancelli. Ragazzi più grandi, con indosso l’eskimo innocente [4], i capelli, le barbe folte e le sciarpe, a distribuire volantini e ciclostili. Il giorno 11 (sassolino bianco…), martedì, il generale Augusto Pinochet prese il potere in Cile con un golpe militare.

Il presidente eletto Salvador Allende quello stesso giorno, prima di morire, aveva lanciato un ultimo straziante appello radiofonico, una vera e propria poesia: «Ho fiducia nel Cile e nel suo destino […] Non dubitate che, più prima che poi, si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passa l’uomo libero per costruire una società migliore» [5].

Invece quel giorno di settembre per le strade di Santiago passarono solo carri armati. Poi i cannoni. E gli aerei che bombardarono il palazzo presidenziale della Moneda… Poi fu un susseguirsi di persecuzioni e arresti di massa. Lo stadio Nacional di Santiago diventò un’enorme prigione a cielo aperto. La Croce Rossa parlò di 7000 persone detenute nello stadio solo nei primi dieci giorni successivi al golpe. Molti di quei prigionieri vennero poi uccisi o torturati.

«Wake me up when september ends!» [6].

Questa la testimonianza di un ragazzo cileno di 16 anni:

«Avrei pagato chissà quanto, fino a pochi giorni or sono, pur di ritrovarmi qui, sull’erba odorosa di pioggia e di primavera dell’Estadio Nacional, con la maglia rossa della nazionale cilena. Indossavo la maglietta con il numero 6 della nazionale, un regalo di nonno Isidoro; mi raccontò di averla avuta da Francisco Valdés [7] in persona, capitano e idolo del Colo Colo, la squadra di tutto il popolo cileno unito, la squadra di Pablo Neruda…

Erano venuti a prendermi durante la partitella del giovedì, sul nostro campo spelacchiato alla periferia di Santiago… La camionetta comparve intorno al quarto d’ora della ripresa, eravamo sul 2-2. Le ruote frenarono arroganti in mezzo al campo, a zittire il vocio dei calciatori, del mister che sbraitava consigli, di qualche attonito parente-spettatore. In un attimo di paralisi e di terrore mi furono addosso due elmetti di ferro verdognolo, i mitra a penzoloni lungo le cosce, occhi spiritati e unghie sudicie. Mi spintonarono sul mezzo marziale e ripartirono, senza un perché. Mi voltai indietro, verso il mio pomeriggio interrotto, subito distolto da una mano nera che mi artigliava al cuore e strappava alla maglia lo stemma del Cile. Le lacrime mi si serrarono in gola, né riuscivo a pronunciare parola, mentre la città prendeva a scorrermi sotto gli occhi, mai così assurda e allucinata, lungo un tragitto che avevo percorso tante volte, verso l’Estadio Nacional, il tempio del nostro fútbol, l’orgoglio di tutto il Cile. La camionetta trovò i cancelli spalancati senza nemmeno pagare, fino oltre il portellone aperto sul terreno di gioco. I battistrada grezzi dei pneumatici violarono la libertà del prato e inchiodarono a centrocampo, dove mi spintonarono giù, in mezzo a tutti gli altri. Avrei pagato chissà quanto, fino a pochi giorni or sono, pur di ritrovarmi qui, sull’erba odorosa di pioggia e di primavera… Ma qui non si gioca nessuna partita: i miei compagni di squadra (compagni?, compañeros?, quale orribile espressione, smidollata e comunista, bandita una volta per tutte nel Cile augusto e risorto del generale Pinochet… Augusto) pascolano per il prato come bestie rassegnate al macello, occhi atterriti e stanchi cercano un perché fra i fili dell’erba, sorvegliati a vista da un avversario più grande di tutti noi, armato fino ai denti serrati, l’emblema nazionale sulle divise, sugli elmetti, sulle lamiere blindate. Il pubblico sugli spalti siamo sempre noi, senza più bandiere né voci per incitare, così in troppi che non sanno più dove nasconderci, ostaggi di un regime dagli occhi adunchi e neri…

Quanto sembra diverso, ora, questo stadio, e quanto sembra irriconoscibile la mia maglietta rossa, la maglia della nazionale cilena che proprio qui, in questo stadio, si giocherà la qualificazione ai prossimi mondiali in Germania: lo spareggio di andata, a Mosca con i sovietici, è terminato 0-0 e davanti al nostro pubblico festoso vinceremo senza dubbio: finirà uno a zero, lo sento, e il gol sarà di questa maglia, del capitano Valdés, ne sono sicuro; ne ero sicuro, fino a pochi giorni or sono…

Occhi sconosciuti e disperati mi vengono vicino, vogliono bisbigliarmi qualcosa, hanno la barba lunga da giorni: è morto anche Neruda, sussurra la voce sdentata, immediatamente zittita dal grido rauco e isterico del militare che accorre, la ferisce con un calcio di fucile alla bocca, la stende a terra, la umilia con un altro calcio, al basso ventre, questo non è più calcio, arbitro!, è fallo, un fallo da espulsione. Ma nessun fischietto interviene imperioso, non c’è il boato della folla indignata. È morto anche Neruda…».

Tutto questo accadeva in quel triste mese di settembre 1973.

L’11 c’era stato il golpe; il 23 la morte di Pablo Neruda. Con la speranza, in Cile, moriva anche la Poesia…

Passarono settimane. Buie, cupe. Nel mondo le persone libere e sensibili fecero sentire la loro voce, la loro protesta. Debole, ma era tutto quello che si poteva fare. Poteri più forti avevano già stabilito e deciso ogni cosa.

Da noi, in provincia, giunsero gruppi di rifugiati cileni e insieme a loro dipingemmo murales sulle pareti delle palestre del Liceo e in altri punti della città. Io lavorai allo sfondo delle ultime rosse parole pronunciate da Allende: grigio.

Trascorsero ancora mesi. Bui, cupi. Il 21 novembre 1973 era in calendario a Santiago la famosa e decisiva partita per la qualificazione ai mondiali: Cile-URSS. In quello stesso stadio Nacional che era stato appena sgomberato dai prigionieri e dalla loro disperazione.

La squadra sovietica boicottò l’evento. Ma le autorità cilene decisero che la partita si sarebbe dovuta giocare comunque. Le autorità decisero anche chi avrebbe segnato il gol della VITTORIA! Proprio lui: Francisco Valdés.

Vent’anni dopo il mitico capitano della nazionale cilena ormai cinquantenne, si sentì in obbligo di scrivere una lettera. Proprio a Pablo Neruda, al poeta nazionale, per dirgli tutto quello che aveva tenuto dentro di sé per così tanti anni.

 

«Querido Don Pablo,

mi permetto di rivolgermi in questo modo un po’ colloquiale, e forse irriverente, per annullare la distanza che da troppo tempo mi provoca dolore. Mi chiamo Francisco Valdés, ho 50 anni compiuti l’altro ieri, una moglie e un figlio, che ho chiamato Pablo, come lei, nato il 20 luglio 1977. Faccio l’impiegato in una banca di Santiago e guadagno abbastanza bene. Le scrivo per togliermi un peso enorme dalla coscienza, sono quasi vent’anni che me lo porto dentro. Era il 21 novembre del 1973. Allo stadio Nacional di Santiago era in programma la partita di calcio Cile-Urss, spareggio per andare ai Mondiali in Germania Ovest l’anno successivo. Io ero il capitano del Cile, portavo la maglia numero 6 [8]. All’andata avevamo pareggiato 0-0, un buon risultato: contavamo di vincere con l’aiuto del nostro pubblico. I gironi precedenti la gara furono un inferno: la nazionale sovietica comunicò che non intendeva venire a giocare a Santiago per protesta contro il golpe fascista del generale Pinochet. I nostri dirigenti, su suggerimento della federazione internazionale, ci obbligarono a scendere in campo ugualmente: il Cile, l’arbitro, un austriaco, ricordo, e nessun avversario. Un caso unico nella storia del calcio. L’ordine era semplice: al fischio d’avvio, avremmo dovuto inscenare un’azione e fare un gol. Subito dopo l’arbitro avrebbe fischiato la fine di una partita mai disputata, il Cile avrebbe vinto e si sarebbe qualificato per i Mondiali. Mi sembrava tutto così irreale… Ero il capitano, come le ho detto, e negli spogliatoi, pochi istanti prima di andare in campo, venne il presidente della federazione cilena e mi disse: “Francisco, il gol devi segnarlo tu”. Mi sentii crollare il mondo addosso, schiacciato da una responsabilità che non avrei mai voluto sopportare. Ma non ebbi la forza di rifiutare. Stavo diventando il personaggio chiave di una farsa che avrebbe fatto il giro del mondo, me ne rendevo perfettamente conto, stavo diventando un simbolo non solo sportivo ma anche politico. Si, perché quella partita era soprattutto politica: il regime di Pinochet voleva dimostrare la propria forza al mondo che condannava la sua violenza. E io ero stato scelto per un gioco più grande di me, don Pablo. Uno strano caso del destino, capisce? Mi interessavo di politica, a quel tempo. Ma in silenzio, non si poteva alzare la voce di fronte ai mitra dei soldati. O meglio, io non ne avevo il coraggio. Mio padre Eduardo, che era morto qualche anno prima, aveva fatto l’operaio per tutta la vita e si era rovinato a forza di lavorare: dieci, dodici ore al giorno, e pochi soldi in tasca alla fine del mese. Non era facile farli bastare per me, mia madre e mia sorella Laura. Mi diceva sempre mio padre: “Paco, voi giovani dovete cercare di cambiare questo sporco sistema: io lavoro come un pazzo e il mio padrone si arricchisce. Non è giusto”. Capii con il passare degli anni quelle parole, quando già andavo al liceo, e studiavo, e leggevo e imparavo a conoscere come girano le cose al mondo. Mio padre aveva voluto a tutti i costi che non abbandonassi la scuola, anche se in casa ci sarebbe stato bisogno di uno stipendio in più: “Non ti preoccupare” diceva a mia madre “ci penso io, faccio gli straordinari, ma Paco e Laura devono studiare”. Mi allacciai le scarpe quel giorno, con una lentezza insolita che mi spiegai soltanto in un modo: volevo rallentare il tempo, volevo che il momento di quel gol già deciso non arrivasse mai. Venne l’arbitro negli spogliatoi, ricordo che fece l’appello, nome per nome, numero per numero, poi uscimmo sul campo. C’era una folla incredibile, bandiere che sventolavano, gente che urlava. Pensavo: ma che avranno da urlare? Stiamo vivendo con i militari agli angoli delle strade con i carri armati che circolano sui viali di Santiago come se fossero padroni della città, spariscono persone e non si trovano più, ci sono donne che vanno alla polizia per cercare i loro mariti e i loro figli: che ci sarà mai da urlare di gioia? Poi capii: quella partita e quella qualificazione ai Mondiali ormai stabilita, perché tutti sapevano che l’Urss non si sarebbe mai presentata, era in fondo un modo per dimenticare la tristezza. E quel pensiero, per un attimo, mi fece coraggio. L’arbitro fischiò l’inizio della partita e io corsi verso la porta. Non ricordo chi mi passò il pallone: sono dieci o venti secondi completamente cancellati dalla memoria. Segnai senza accorgermene e corsi subito negli spogliatoi, tra il frastuono delle trombe e il canto dei tifosi. Vomitai. Venne l’allenatore e mi chiese se stavo bene. Dovevo tornare in campo, perché la federazione cilena, sapendo della rinuncia dell’Urss, dopo la farsa del mio gol, aveva organizzato un’amichevole contro il Santos: il pubblico aspettava. “Non ce la faccio” risposi, “mi sento male”. L’allenatore, che mi conosceva da molto tempo, non fece altre domande. “Va bene, per questa volta faremo a meno di te”. Tornai a casa e mi misi a letto. Ero sconvolto. Non lessi i giornali per tre giorni. Rimasi sempre in casa a pensare: il gol, la gente che esultava in quello stadio che avevano sgomberato poche ore prima dai prigionieri politici che il regime chiamava sovversivi. Erano ragazzi come me, la cui unica colpa era quella di aver dichiarato le proprie idee. Io, invece, ero un vigliacco, uno che aveva segnato quel gol, uno che non aveva saputo dire no, e che era diventato un simbolo, andando contro i principi secondo i quali ero cresciuto. Capii, in quei giorni, quanta differenza ci sia tra la teoria e la pratica, quanto sia facile parlare di libertà e quanto sia complicato realizzarla. Mi sentivo lacerato. Si chiederà, don Pablo: perché scrive proprio a me? Che cosa c’entro io con tutta questa storia? Le ho detto prima che questa lettera è un modo per liberarmi la coscienza da un peso insopportabile. Ora mi spiego. Quando lei morì, il 23 settembre 1973, mentre Santiago viveva il momento più tragico della sua storia, io mi sentii perso, smarrito, senza guida. Ricordo che presi dalla mia biblioteca un libro e cominciai a leggere una poesia, e la ripetei all’infinito, per ore e ore, fino a che non entrò dentro di me, fino a che non divenne una parte di me. Il giorno successivo c’ero anche io ai suoi funerali: eravamo in trecento, suonarono l’Internazionale e vidi la sua casa di via Marques de la Plata completamente distrutta dalla crudeltà dei militari che volevano sotterrare per sempre la sua presenza. Stavo nascosto in mezzo alla folla. Qualcuno urlò il suo nome e un’altra voce rispose forte: “Presente”. E poi ancora. E ancora. E tutti gridarono “presente”. Poi altre parole e un altro grido. “Compagno Salvador Allende”. Quel nome gelò la folla. Era la prima volta che veniva pronunciato in pubblico da quando i militari di Pinochet lo avevano ammazzato, pochi giorni prima. Io tremavo dentro, vedevo i mitra dei soldati, i loro occhi che squadravano minacciosi la gente del corteo, come se volessero fissarsi in mente i volti di quelle persone. Chissà, forse vorranno denunciarci, arrestarci, torturarci, pensavo… E avevo paura, tanta paura. Ma restai li dov’ero, un po’ coperto, un po’ nascosto: vigliaccamente nascosto, penso oggi. Quando tornai a casa, piansi, e pensai a mio padre, e mi rimproverai per non aver avuto il coraggio di gridare anch’io “presente”, come tutti gli altri del corteo. Non ce l’avevo fatta. Come non ce la feci quel giorno allo stadio di Santiago. Ecco perché le scrivo oggi, don Pablo Neruda. Oggi, 12 dicembre 1992, giorno in cui la sua salma finalmente è ritornata a Isla Negra, a casa sua, dopo gli anni di esilio in un cimitero anonimo. Segnare quel gol, per me, è stato un tradimento che non mi sono mai perdonato. Le lascio questa lettera davanti alla porta, sperando di aver saldato il debito, ma consapevole che la ferita non si può rimarginare solo con le parole. Asì es la vida.

Con affetto e devozione

Francisco Valdés» [9].

Lunedì 10 agosto 2009, all’età di 66 anni, Francisco Valdés detto Chamaco è stato trovato morto nel suo letto dalla compagna Maritza, colpito da infarto. Solo il giorno prima, c’erano stati i funerali del fratello Mario. Alle esequie di Valdés, il presidente cileno Michelle Bachelet ricordò l’umanità e la solidarietà che Francisco aveva dimostrato negli anni difficili della dittatura. Proprio nel 1973 Valdés aveva cercato di aiutare i giocatori Hugo Lepe e Mario Moreno, imprigionati dopo il golpe. Negli anni recenti Chamaco aveva svolto attività nel sociale aiutando i bambini poveri del suo Paese. La municipalità di Santiago gli ha dedicato una piazza vicino alla sua casa nel quartiere di Juan Antonio Rios.

Gabriele Paradisi

 

Note

[1] Luca Carboni, Settembre, 2003.

[2] Paul Verlaine, Canzone d’autunno, dai Poèmes saturniens, 1866.

[3] Luca Carboni, Settembre, 2003.

[4] Francesco Guccini, Eskimo, 1978.

[5] Alle 9.10 del mattino dell’11 settembre 1973, Salvador Allende, asserragliato nel palazzo della Moneda da cui non uscirà vivo, scandisce le ultime parole del suo messaggio attraverso Radio Magallanes: «Tengo fe en Chile y su destino […] Sigan ustedes sabiendo que, mucho más temprano que tarde, de nuevo se abrirán las grandes alamedas por donde pase el hombre libre, para construir una sociedad mejor».

[6] Green Day, Wake Me Up When September Ends, 2004.

[7] Francisco Valdés Muñoz detto Chamaco (1943-2009), centrocampista cileno è considerato uno dei più grandi giocatori di sempre del suo Paese e massimo goleador della Lega cilena con 215 gol ufficiali. Militò nella squadra del Colo Colo di Santiago. Per la nazionale cilena ha disputato 50 incontri segnando 9 gol e partecipando ai mondiali d’Inghilterra nel 1966 e a quelli di Germania nel 1974.

8] Nel giugno 2009 sono stato contattato dal giornalista Roberto Pistarino che si è occupato della vicenda. Come si può anche vedere nel filmato del “gol a porta vuota” [http://www.youtube.com/watch?v=3PhZY3-30LQ], il numero del giocatore che segna è il 19 e non il 6. In quella partita, la casacca numero 6 era di Elias “el mariscal” Figueroa, un difensore centrale che all’epoca giocava in Brasile per la squadra del SC International. Pistarino mi scrisse anche: «ho intervistato tre componenti della squadra protagonista di quel “penoso” evento: Francisco Valdés, Leonardo Veliz, Carlos Caszely e il giornalista cileno Daniel Matamala. Non è esatto che la Fifa impose il gol a porta vuota; la Fifa prevede che per la data fissata, l’impianto deve essere agibile e l’arbitro e le squadre devono essere presenti. In mancanza di una delle due squadre il risultato è di 2 a 0 a tavolino per l’altra squadra. La Fifa non si sognò neppure di volere “il gol a porta vuota”. Esso fu dovuto solo al momento storico e all’esacerbato nazionalismo cileno. I giocatori che ho intervistato si limitano a dire che si sentirono molto “assurdi” ma che non poterono rifiutarsi. È esatto dire che la Fifa, in modo senza dubbio cinico, diede l’agibilità dello stadio dopo un’ispezione in ottobre, quando secondo voci che non ho mai potuto confermare c’erano ancora prigionieri all’interno dello stadio».

[9] Questa storia l’ho raccontata per la prima volta nel settembre del 2005. Contiene due testi (quello del ragazzo sedicenne confinato nello stadio Nacional e la lettera di Valdés a Neruda) di cui non mi è stato possibile effettuare i necessari riscontri e le dovute verifiche. Anzi, in un caso, grazie al giornalista Pistarino, ho potuto constatare e documentare alcune imprecisioni, il che potrebbe far pensare che l’intera ricostruzione in essi riportata sia frutto di fantasia. Ma nonostante ciò questa storia continua a piacermi immensamente, s’intrecciano fino a confondersi, realtà, dolore e poesia. In altre parole la vita intera. Ecco perché ho deciso di raccontarla ancora una volta.

 



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