Epoche. In aria, ti amo


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Gli anni settanta sono stati anche anni di tragedie. Il terrorismo politico, di destra e di sinistra, nonché quello internazionale, non risparmiarono il nostro Paese tanto che stragi efferate ed attentati con cadenza impressionante, portarono a definire quel decennio anche “anni di piombo” o “notte della Repubblica”.

Una storia, una strage per fortuna mancata, mi colpì in modo particolare, in quanto conteneva tutti gli ingredienti possibili che una mente particolarmente fantasiosa possa immaginare. Spietatezza, amore, cinismo, tenerezza, determinazione, ingenuità. Una storia quasi incredibile che vi voglio raccontare…  Probabilmente tutto ebbe inizio proprio così. Nello stesso modo in cui se lo sarebbe poi immaginato, qualche anno dopo, con cruda essenzialità artistica, Dino Risi nell’episodio Senza parole del film I nuovi mostri del 1977.

Una hostess, Ornella Muti, in tutto lo splendore dei suoi vent’anni, si lascia sedurre da un affascinante e misterioso bel ragazzo, impersonato dal bravo attore greco Yorgo Voyagis.  La loro, una brevissima ma intensa relazione senza dialoghi, senza lo scambio nemmeno di una frase poiché i due ragazzi non parlano nessuna lingua che permetta loro di intendersi. Quindi solo cenni, languidi sguardi, teneri baci e carezze. E due canzoni d’amore. In sottofondo a fare ininterrottamente da colonna sonora di quella loro incredibile, muta e spensierata avventura: Ti amo di Umberto Tozzi (1977) e  All by myself di Eric Carmen (1975).

Probabilmente, in principio, possiamo immaginare che sia andata veramente così anche nella realtà: nella torrida Roma dell’agosto 1972. Esattamente come nella finzione cinematografica. Due belle ragazze inglesi, due giovanissime turiste ammaliate dalla decadenza maestosa della città eterna, che quasi per gioco, per rendere ancora più indimenticabile la loro vacanza italiana, con un tocco di spregiudicata leggerezza, accolgono con civetteria e senza opporre alcuna resistenza, le attenzioni non certo disinteressate di due sconosciuti.  Che l’incontro fatale sia avvenuto ai bordi della piscina di un hotel, come nel film, o mentre le due ragazze se ne stavano sedute sui gradini di Trinità dei Monti, non è dato sapere. Il loro sguardo comunque, magari anche nelle vicinanze prosaiche della stazione Termini, ad un certo punto incontrò quello di due ragazzi, giovani come loro. Mori e dagli occhi profondi e scuri. E fu subito… “colpo di fulmine”.

Ruth Mary Ada Watkin e Audrey Walton (rispettivamente a destra e a sinistra nella foto), entrambe diciottenni di Liverpool, erano arrivate a Roma in treno da Parigi il 3 agosto.  Avevano preso alloggio nei pressi della stazione e qualche giorno dopo, per puro caso, avevano incontrato due ragazzi di media statura e dai lineamenti mediorientali. Uno dotato di grandi baffi, l’altro di una folta barba.  I due, avvicinati dalle inglesine per un’informazione, si erano detti iraniani e di chiamarsi Safai Kohsrov e Gamandarian Kayhavous. Si erano poi offerti di accompagnare le ragazze nel luogo da esse richiesto ed in breve tra loro era nata un’amicizia di una certa intensità, tanto che i quattro avevano deciso di andare a vivere insieme per una settimana o poco più in un appartamento a Monte Sacro in via Val Trompia n. 50.

In realtà i due ragazzi si chiamano Adnan Mohammed A. Hashem, nato in Giordania ad Irbid nel 1943 e Zaid Ahmed, nato a Bagdad il 31 luglio del 1948, studente a Perugia e leader del Gups (General Union of Palestine Students) un’associazione legata ad Al Fatah e al Fronte popolare per la liberazione della Palestina del “docteur George Habbash” [2].

L’amicizia si rinsalda ogni giorno di più trascorso insieme. I due giovanotti oltretutto non badano a spese. Girano per Roma con le amiche sempre in taxi. Le accompagnano a cena nei migliori ristoranti e poi a ballare nei night, dove ancora non si è spenta l’eco della “dolce vita”.

Un bel giorno Zaid propone a Ruth addirittura un viaggio. Un viaggio insieme in Israele portando anche Audrey, naturalmente. Avrebbero pagato tutto loro alle amiche, il volo ma anche il soggiorno. Ruth e Audrey accettano con gioia la proposta. La partenza viene stabilita per il 27 agosto e viene anche prenotato l’aereo. Una sera però i due ragazzi dicono alle amiche che sono sorti dei problemi. Un contrattempo e non c’è abbastanza denaro per pagare il viaggio a tutti. Ma non devono preoccuparsi. Le due ragazze possono partire da sole e precederli di qualche giorno che poi Zaid e Hashem le raggiungeranno.

Le due ragazze si convincono. Precederanno gli amici in Israele. La partenza viene anticipata al giorno 16 agosto, mercoledì. Prima di salutarle però Zaid e Hashem consegnano loro un giradischi [3], invitandole, quando saranno giunte in Israele, a consegnarlo ad un certo sig. Binyameen Ishach presso un albergo di Gerusalemme. Fatto inconsueto, i due ragazzi hanno trasportato il giradischi fino all’aeroporto dentro ad una scatola piena di candele, quasi a volerlo proteggere da urti imprevisti. Si sono anche preoccupati di mettere in guardia le amiche, dicendo loro di non dichiararlo al personale di bordo come dono, altrimenti avrebbero dovuto pagare una tassa alla dogana. Quindi si salutano. Un arrivederci  e… un ultimo bacio.

Quando Yorgo Voyagis dona ad Ornella Muti, che sta per imbarcarsi, un mangianastri, fuga le perplessità della ragazza, accendendolo e facendogli ascoltare la canzone di Eric Carmen, All by myself, che aveva  accompagnato in sottofondo la loro breve, appassionata avventura. Le cronache del tempo non ci dicono se esisteva anche per Ruth e Audrey una canzone da ricordare.

Salite a bordo del Boeing 707 delle aerolinee israeliane “El Al”, volo 444 Roma – Tel Aviv, le due ragazze consegnano il giradischi alla hostess dichiarandolo “bagaglio a mano”, ma le disposizioni imposte dalla compagnia non permettono l’introduzione di nessun bagaglio in cabina passeggeri. Il giradischi delle ragazze viene quindi riposto nella stiva posteriore. Negli aerei della compagnia israeliana diversi punti della fusoliera sono blindati. Il bagagliaio è uno di questi. Rivestito di speciali placche, limita i danni di eventuali esplosioni.

Alle 19.32 del 16 agosto 1972, con venti minuti di ritardo sull’orario annunciato, il Boeing con a bordo 145 persone, tra passeggeri e membri dell’equipaggio, decolla dalla pista n. 1 del Leonardo da Vinci. Nemmeno cinque minuti dopo (alcuni testimoni raccontarono che s’era appena intravista la costa), ad una quota di circa 1.500 metri di altezza si avverte un’esplosione provenire dalla prima stiva bagagli. Il comandante, avvertita la torre di controllo, vira l’aereo scaricando in mare il carburante di cui erano pieni i serbatoi e si appresta ad un atterraggio di emergenza. I danni provocati non sono irrilevanti, ma per fortuna non hanno interessato nessuna apparecchiatura essenziale del velivolo: “uno squarcio 50 cm x 30, numerosi bagagli bruciati, fori e un rigonfiamento nella lamiera e la deformazione del pavimento della cabina passeggeri”.

Il jet quindi, pilotato con perizia e sangue freddo dal comandante, atterra felicemente dopo qualche minuto sulla pista da cui era solo da pochi minuti decollato, circondato immediatamente da vigili del fuoco, ambulanze, artificieri e polizia. Una ragazza, la cittadina svizzera di Locarno Brigida Volsi, presenta leggere ustioni alle gambe provocate dalle scintille, poiché si trovava proprio sul sedile sotto al quale si è verificata l’esplosione. Altri passeggeri si produrranno escoriazioni e ferite leggere nell’abbandonare l’aereo, attraverso gli scivoli di emergenza apertisi nella parte anteriore ed in quella posteriore della carlinga.

Immediatamente le indagini permettono di localizzare il luogo in cui è avvenuta l’esplosione: uno scatolone di cartone nel quale era – tra gli altri bagagli a mano – stato riposto proprio il giradischi delle due ragazze inglesi, che vengono immediatamente fermate ed interrogate. Le due non hanno difficoltà a raccontare la loro storia e la provenienza di quel giradischi.

La scena conclusiva di Senza parole era drammatica nella sua banalità disarmante. Il protagonista sorseggia lentamente un caffè al banco di un bar assolato, mentre in televisione passa la notizia che un aereo su cui viaggiava un alto funzionario di un fantomatico Stato, è esploso in volo. La causa, dopo i primi accertamenti, è da imputare ad esplosivo nascosto in un mangianastri. Yorgo Voyagis ripone con leggerezza la tazzina sul banco e si alza lentamente senza tradire alcuna emozione, consapevole di aver compiuto con successo la missione affidatagli. Quello che rimane impresso, soprattutto, di quell’ultima scena così semplice e nel contempo così tremenda, è l’incedere elegante di un bel ragazzo, vestito in modo sportivo come tanti, che si allontana con calma, rimboccandosi la maglietta attillata sotto i jeans, e rientrando come niente fosse nella normalità quotidiana.

Per Hashem e Zaid le cose andarono diversamente. La notizia che l’aereo della El Al non era precipitato, probabilmente li gettò nel panico, ben sapendo che presto gli inquirenti sarebbero risaliti fino a loro. Così lasciarono Roma in treno. Arrivarono fino a Venezia, ma forse non trovando appoggio e mezzi per oltrepassare il confine, decisero di rientrare a Roma dove probabilmente potevano confidare sulla presenza di altri basisti. Si tagliarono barba e baffi, ma tutto questo non bastò loro.

Verso le 8 di sabato 19 agosto, due guardie di Pubblica Sicurezza, l’appuntato Valentino Boccanelli e l’agente Raffaele Mauti (che verranno dal Ministro dell’Interno immediatamente promossi di grado), notano due giovani passeggiare in via Cadore e restano colpiti dalla rassomiglianza, nonostante siano rasati, con le foto dei due arabi fornite dalle ragazze e fatte distribuire dal questore a tutti i commissariati. Hashem e Zaid (rispettivamente a destra e a sinistra nella foto), si accorgono ben presto di essere stati riconosciuti e mettono in atto una serie di mosse diversive quanto disperate: entrano in un bar, poi prendono un taxi. Ma l’allarme ormai è stato diramato e un’auto della polizia blocca l’auto pubblica in via Ludovisi, nei pressi di via Veneto. I due si lasciano ammanettare senza opporre ulteriore resistenza.

Nel giro di un paio di giorni emerge anche il nome di altri due presunti complici. Si tratta del giordano Omar K. Marwan, nato ad Amman nel 1942, colui il quale avrebbe materialmente confezionato l’ordigno esplosivo manomettendo il giradischi e Tarif Al Sarraw, nato ad Ifrin nel 1943, amico dei tre, ma su cui non emergerà poi nessun valido elemento d’accusa. Il Marwan fin da subito risultò latitante e non venne mai trovato.

Le indagini peritali sul giradischi mostrarono l’estrema pericolosità dell’ordigno che era stato confezionato con 250 grammi circa di nitrato di ammonio e tritolo. Il sistema d’innesco, analogo a quello utilizzato in precedenti attentati, era stato realizzato utilizzando un rudimentale altimetro tarato a 1.500 metri e ciò, a detta dei periti, lo rendeva sensibile anche al semplice urto: “bastando una semplice scossa per far azionare il dispositivo di accensione del detonatore”. In altre parole, la strage, che sarebbe stata inevitabile se il giradischi fosse stato tenuto nella cabina passeggeri dell’aereo, poteva avvenire anche prima della partenza del Boeing, ad esempio nei locali dell’aeroporto o nelle vie di Roma durante il trasporto.

Achille Gallucci

Detto ciò, il dirigente dell’Ufficio Istruzione presso il Tribunale Dott. Achille Gallucci avocò a sé il caso, togliendolo al Pubblico Ministero Dott.ssa Silvana Jacopino e al Giudice Istruttore Dott. Francesco Amato, che non avevano nessuna intenzione di applicare ai due arabi i benefici della cosiddetta “Legge Valpreda” (vale a dire la legge n. 733 del 15 dicembre 1972 che conferiva al giudice il potere discrezionale di concedere la libertà provvisoria anche in presenza di reati per i quali era obbligatorio il mandato di cattura) e concesse agli imputati in carcere, Hashem e Zaid, tale beneficio.

Vittorio Lojacono, giornalista del Corriere della Sera e all’epoca uno dei maggiori esperti del problema arabo-israeliano, nel suo straordinario libro I dossier di Settembre nero (Bietti, 1974) annotava amaramente: «C’è subito qualcosa di strano, perché è piuttosto insolito che un “superiore” avochi a sé – cioè tolga al magistrato un caso – soltanto per applicare un provvedimento… di clemenza che i suoi “subalterni” non avevano giudicato motivato. Ma cosa sa il Dott. Gallucci che gli altri non sanno? Quali pressioni politiche gli sono state fatte a livello governativo perché egli si prenda un simile scottante incarico?».

Le incredibili motivazioni riportate da Gallucci nell’ordinanza di scarcerazione sembrano corroborare i dubbi e le perplessità avanzate da Lojacono: «Secondo le risultanze peritali l’ordigno difficilmente sarebbe potuto esplodere qualora fosse stato posto nella cabina passeggeri [4], in quanto il verificarsi dell’esplosione era stato programmato per una altezza superiore a quella della pressurizzazione dell’aereo. Peraltro l’esplosivo contenuto nell’ordigno era di tale entità che difficilmente avrebbe potuto causare, come in concreto non ha causato, rilevanti danni all’aereo con possibilità di disastro, tanto che poche ore dopo lo stesso aereo fu in grado di riprendere il viaggio forzatamente interrotto. Pertanto pur non ricorrendo l’ipotesi del reato impossibile, in concreto è stato minimo il pericolo del verificarsi di una strage. […] Le indagini processuali inducono a ritenere essere stati i due detenuti non gli ideatori e gli organizzatori dell’impresa criminosa, ma gli esecutori di ordini (loro impartiti dall’altro imputato latitante) quali pedine di scarsa importanza in una organizzazione più complessa, come è dato desumere dal fatto che, fallita l’impresa criminosa, si trovarono privi di validi appoggi. […] Pur dovendo recisamente biasimare e respingere… i motivi che hanno spinto i due arabi all’azione, questo giudice, nell’esercizio del potere discrezionale sulla concessione della libertà provvisoria, non può esimersi dal concludere: Primo: la causa psicologica dei reati ascritti… si differenzia dagli stimoli che più frequentemente determinano le azioni criminose. Secondo: militano a favore dei due imputati le condizioni di vita individuale e sociale, considerando che sono nati e cresciuti in paesi da pochi anni indipendenti…» [5].

È sempre Lojacono a chiosare ironicamente: «Prima conclusione: gli arabi hanno sbagliato a preparare l’ordigno, l’aereo quindi ha resistito, e questo diminuisce la responsabilità dei terroristi… […] Seconda conclusione: poiché i terroristi, compiuto l’attentato, si trovarono “senza validi appoggi”, questo diminuisce la loro responsabilità… […] Si arriva così alla conclusione finale: provengono da zone disagiate e quindi sono meno responsabili».

Hashem e Zaid verranno quindi scarcerati il 13 febbraio 1973… “vestiti in modo sportivo come tanti, si allontanarono con calma, magari rimboccandosi la maglietta attillata sotto i jeans, rientrando come niente fosse nella normalità quotidiana” [6].

 

Nella realtà tutto avvenne in modo forse meno cinematografico ma di certo non meno teatrale. «Nottetempo, in gran segreto e con mille precauzioni, la sera del 15 febbraio 1973, mentre una fitta pioggia gelida cade su Roma, i due arabi sono fatti salire su una auto dei Carabinieri. Guida il gruppo il Capitano Antonio Varisco, seguono la macchina altre due vetture cariche di Carabinieri. E nella notte buia la strana colonna, uscita dal carcere di Rebibbia, prende a sinistra verso l’autostrada per L’Aquila. Dove vanno? Il provvedimento di libertà provvisoria firmato dal Dott. Achille Gallucci prescrive che i due terroristi debbano andare a vivere in una località dell’Italia centrale – si dice in provincia di Chieti – e presentarsi una volta alla settimana al locale comando dei Carabinieri. Durante il viaggio i due parlottano in arabo. Hanno freddo. Ogni tanto sorridono. Tre ore dura la “passeggiata” notturna per le valli dell’Abruzzo, poi il gruppo arriva a destinazione. Piccole formalità d’obbligo presso i Carabinieri del posto; gli arabi lasciano fare. Il capitano Varisco è nervoso: sa benissimo che, di lì a poco, non appena i due sapranno dove andare a nascondersi (e non ci vorrà molto per mettersi in contatto con l’ambasciata libica) abbandoneranno il paesello per fuggire chissà dove» [7].

 

La giustizia, in ogni modo, seguì il suo corso, quasi come in una commedia dell’assurdo. Il 22 maggio 1973 venne emessa dal giudice istruttore Amato, l’ordinanza di rinvio a giudizio per Hashem, Zaid e Marwan. I quali verranno poi definitivamente condannati, il 28 maggio 1980, in 1° grado dalla Prima Corte d’Assise di Roma con procedimento Nr. 26/74 et 22/80, a 18 anni di reclusione più, a pena espiata, ad altri tre anni di libertà vigilata. Il processo, ovviamente, si tenne coi tre imputati latitanti e contumaci. Di loro non si è mai più saputo nulla.

Gabriele Paradisi

 

Note

[1] «in aria, ti amo…» dal testo della canzone Ti amo di Umberto Tozzi (1977). Recentemente la Repubblica – Milano.it ha rievocato Quarant’anni di tormentoni curati da Gianni Messa e Giada Pica. La canzone di Tozzi è stata inserita, per l’anno 1977, tra quelle colonne sonore musicali che hanno caratterizzato le estati degli italiani, «quelle canzoni che possono evocare una storia, un amore, un’amicizia, un ricordo […] Fra i misteri irrisolti degli anni Settanta un posto di rilievo lo merita il testo di Ti amo, il tormentone di Umberto Tozzi dell’estate 1977, la cui esegesi continua a dividere storici e critici. Chi era “il guerriero di carta igienica”? E perché lei avrebbe dovuto farsi “un po’ prendere in giro prima di fare l’amore”? “Primo maggio, su coraggio!” era un appello all’unità sindacale o una semplice esigenza metrica? Il passaggio chiave è nel “tuo vino leggero che hai fatto quando non c’ero”: ma sì, sarà stata colpa dell’alcol». In ogni modo Ti amo è una delle canzoni di maggior successo mai scritte. Vince il Festivalbar nel 1977, resterà in vetta alla hit parade per tre mesi e venderà nel mondo oltre otto milioni di copie.

[2] Vittorio Lojacono, “I dossier di Settembre nero”, Bietti, 1974, pp. 148-149.

[3] Le cronache sui giornali parlarono di “mangianastri”, mentre negli atti giudiziari si è sempre utilizzato il termine “giradischi”.

[4] Ciò sarà smentito nella sentenza di 1° grado del 1980.

[5] Lojacono, op. cit., pp. 152-153.

[6] «I due arabi arrestati il 15 – IX – 1972 (sic. 19 – VIII – 1972) dalla P.S. perché ritenuti responsabili dell’attentato all’aereo della El Al a mezzo di mangianastri esplosivo, ottennero la libertà provvisoria senza cauzione nel febbraio del 1973. Dopo un certo tempo non si presentarono più al commissariato di P.S. per il controllo e fecero perdere le loro tracce (Dalla missiva del 30 settembre 1986 del generale Federico Marzollo al giudice istruttore Carlo Mastelloni quale integrazione e precisazione alla deposizione del medesimo tenuta il 18 settembre 1986, nell’ambito del procedimento n°. 204/83 contro Abu Ayad ed altri, Vol. IX, Affogliazione 5390-5391).

[7] Lojacono, op. cit., pp. 150.