Ricerca. Dalle banane a Stanford


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Due giorni fa il quotidiano francese Le Monde dedicava tre quarti di pagina alla decrittazione dei 36mila geni delle babane, un rilievo notevole data la ventina di pagine del giornale, peraltro molto autorevole. La questione è importante per la biodiversità di queste banane e per il fatto che un solo tipo è commestibile e per esserlo, deve essere sterile (la forma selvaggia contiene infatti dei semi che rendono il frutto immangiabile). La completa definizione del patrimonio genico potrebbe aiutare lo sviluppo di altre specie, favorire la biodiversità e proteggere l’economia di paesi che di questo frutto fanno il proprio fulcro delle esportazioni. Ma lo spazio dedicato alla notizia ci suggerisce quante speranze si ripongano nello studio dei geni, come se in essi si possa nascondere il segreto della salute eterna.

‘A ben guardare però’ nonostante i proclama e gli investimenti massicci dedicati al Progetto Genoma si può dire che da queste informazioni non sia stata tratta alcuna terapia davvero risolutiva di patologie’ spiega Alessandro Giuliani, primo ricercatore all’Istituto Superiore di Sanità “e la tendenza ad esplorare ambiti sempre più estremi del vivente ha creato le nuove scienze definite -omiche come il ‘proteoma’, l’epigenetica e ultima, l’esposuroma, termine poco armonico per indicare tutti gli elementi dell’ambiente che possono interferire negativamente sul corretto funzionamento del nostro organismo”. Tutto estremamente affascinante, ma con la sola speculazione non si producono scoperte ad esempio di nuove molecole. Sono almeno dieci anni che non si scopre un nuovo antibiotico e dio solo sa se ne avremmo bisogno a causa del fenomeno delle resistenze batteriche che tra una ventina d’anni faranno si che i farmaci non siano altro che armi spuntate.

 

“Non stiamo meglio nel campo degli antitumorali” continua Giuliani “i nuovissimi farmaci biologici a base di anticorpi monoclonali non cambiano la prognosi ma sono in grado di far guadagnare al paziente qualche mese. E’ da alcuni anni quindi che nella comunità scientifica ci si sta sommessamente facendo qualche domanda sull’opportunità di fare un passo indietro e ricominciare, appunto, dalla base, intesa come ricerca. Sottovoce, per non passare da eretici perchè si sa che anche la comunità scientifica è talora reticente alle idee innovative e dirompenti. L’unico che ha avuto il coraggio di fare affermazioni di questo tipo ad alta voce è stato il Professor John Ioannidis attualmente Direttore dello Stanford Prevention Research Center che all’inizio ha suscitato qualche subbuglio tra i colleghi. Iannidis ha cominciato a sostenere che molti studi fossero troppo simili tra loro, portassero a conclusioni spesso analoghe e ancor più spesso viziate da errori ‘sistematici’ uno dei maggiori spauracchi della ricerca e che attengono alla selezione del campione o all’interpretazione dei risultati. Argomento che ha sostenuto in un articolo pubblicato sulla rivista scientifica Plos Medicine dal titolo ‘Why most published research findings are false’ che dal 2005 lo ha messo sotto ai riflettori. Oggi, da poco reduce da due letture magistrali a Firenze e Milano ospite della Fondazione Sigma Tau ha ribadito le proprie credenze che stanno facendo proseliti in ogni angolo del pianeta “Ritornare alla comprensione del complesso in cui viviamo, genoma ma anche ambiente. La sfida è comprendere come questi fattori complessi agiscono insieme nel determinare lo stato di malattia. Si tratta di tornare ad una ricerca di ampio respiro, in cui incrociare migliaia di dati e fattori diversi per trovare algoritmi che permettano di intercettare i fattori negativi prima che provochino danni nell’organismo”. Il suo pallino è quello di una medicina sempre più ‘predittiva’ che intervenga probabilmente sui fattori di insorgenza e li elimini in tempo”. E quindi finita l’epoca dell’illusione che il genoma avrebbe spiegato tutto e anche la terapia genica ha troppo presto mostrato i suoi limiti. Tornare alla biologia e allo studio fra fenotipo individuale e stimoli ambientali, il che significa però ristrutturare il sistema della ricerca. Ci vorranno più soldi, studi più ampi, multidisciplinari e internazionali, maggiore collaborazione e minore competitività tra i ricercatori per accaparrarsi i finanziamenti. E ci vorrà un ritorno a metodi statistici classici e rigorosi per eliminare gli ‘errori’ (bias) la vera bestia nera dei ricercatori che possono cadere nella tentazione della lettura parziale e favorevole all’idea di partenza. Poi di certo, di qualcosa moriremo comunque, ma più tardi e probabilmente con minori sofferenze.

Johann Rossi Mason



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