Epoche. Il cielo sopra un juke-box


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Copertina libro Cavina Romagna mia«Il caffè, o bar, come dicono i più giovani, è il secondo domicilio di ogni romagnolo che si rispetti. Come la fede o il tifo calcistico, ti ci ritrovi dentro da piccolo e a parte eventi di portata catastrofica, tipo lasciarci gli zampetti, non lo abbandoni più. Io frequentavo il Bar di Sopra…». [1]

In ogni paesello della Romagna, pare incredibile, esiste per davvero un Bar di Sopra. I romagnoli si sa, guardano alla sostanza delle cose e se qualcosa sta sopra e qualcosa sta sotto è superflua ogni altra denominazione. E così come Cristiano Cavina da Casola Valsenio, anch’io ed i miei amici, a La Prè, frequentavo un Bar di Sopra. Non che il Bar di Sotto fosse da evitare. Anzi. Per una sfida a biliardo, un flipper o una partita di calcio alla tv era proprio quello il luogo giusto: la vecchia gloriosa Osteria, nella piazza centrale del paese.

Ma il Bar di Sopra, forse perché era all’inizio della strada che porta a valle e dunque più defilato e discreto, era di sicuro il luogo ideale per chiacchierare con gli amici e con le amiche, lontano (appena un po’) dagli sguardi affilati e pettegoli delle immancabili comari malelingue. Nel piccolo paese, si sa, la gente mormora.  Un’ampia terrazza e una veranda per i giorni più freddi, erano quanto di meglio potesse desiderare una comitiva di ragazzi e ragazze sballottati qua e là dalle inebrianti tempeste ormonali. Ah… quante nuvole abbiamo aspettato sotto quella veranda… [2].

 

E naturalmente, essendo il Bar di Sopra il luogo più frequentato dai giovani, non poteva mancare un juke-box, simbolo dei “giorni felici” negli Stati Uniti degli anni cinquanta. Chi non ricorda Arthur Fonzarelli stoppare o far partire una canzone con un pugno leggero ma ben assestato sul vetro del juke-box? La “scatola armonica” ha poi allietato le italiche generazioni degli anni ‘60 e ‘70, nessuna esclusa. Divenuta oggi una preziosa reliquia vintage, fu in quei decenni un modo tutto speciale di condividere musiche ed emozioni. Nulla a che vedere con la frastornante promiscuità delle discoteche, nulla da spartire tantomeno con le attuali diavolerie tecnologiche che ci permettono di riascoltare una vecchia canzone connessi al mondo intero, anche se in realtà ce ne stiamo in perfetta solitudine (e magari anche un po’ tristi) in una stanza gelata.

Il juke-box era come l’aringa appesa al soffitto negli anni di carestia d’inizio novecento o come il fojòt per la bagna càuda o la fonduta. Un “bene comune” insomma, a cui tutti, seduti intorno, s’attingeva (“tocciava”), restando in silenzio nei tre minuti e rotti del disco, semplicemente guardandosi negli occhi e ripassando a bassa voce le parole della canzonetta.

Gli anni ‘70, quelli della mia adolescenza, sono stati gli anni della grande musica rock e pop. Gli anni d’oro delle leggendarie formazioni inglesi e americane, senza dimenticare il progressive italiano. Ma sono stati anche gli anni straordinari della nostra musica d’autore più o meno impegnata. Ecco… difficilmente un 45 giri (rigorosamente in vinile) di quella musica memorabile or ora citata arrivava ad occupare gli scomparti del “selettore a margherita” del nostro juke-box. Le canzonette a disposizione erano, ad ogni buon conto, forse le più adatte ai nostri turbamenti brufolosi di allora e, senza vergogna, quella musica l’abbiamo amata per davvero. Anche perché nelle pieghe di un brano senza ambizioni, ammettiamolo, si possono comunque nascondere gemme preziose. Senza dimenticare che qualsiasi cosa riesca a suscitare emozioni in una persona, a prescindere dall’età, è una cosa già di per sé miracolosa. Sempre e comunque.

Quelle musiche e quelle parole, ad ogni modo, sia che si trattasse di canzonette per un’estate o piccoli capolavori, hanno fatto da colonna sonora ai nostri pomeriggi in fiore, quando tutte le possibilità erano misteriosamente davanti a noi, pronte per essere colte. Eccitati ed infervorati potevamo scegliere di aprire una porta o di saltarla. Poi la vita ci avrebbe fatto imboccare, di lì a poco, corridoi precisi, angusti o tortuosi, lunghi o brevi, quasi sempre immodificabili. E basterebbe questa consapevolezza per rendere l’unicità dell’adolescenza un privilegio da elevare ad uno dei massimi godimenti della vita. L’unico?

Così forse non fa male ogni tanto riascoltare e rivedere in «un tramonto viola acceso» i «nuovi giorni [che] prometteva aprile». Aprile: di certo il tempo più adatto a descrivere le primavere, ancora acerbe, che ci aspettavano. Tutte da vivere coi nostri corpi tonici e prorompenti, in sintonia con la natura che ci esplodeva esuberante intorno. Come quei misteriosi «cerchi di limone alle colline» o quel «glicine» sognante; «essenza di ambra… querce… cipressi maschi e canne… suoni di foglie… al vento in tramontana fresca» [3].

L’amore, quello che «strappa i capelli» [4] non era ancora finito. Anzi, per tutti noi stava appena per incominciare. L’amore che tiene svegli la notte tra brividi e fremiti di passione. Quello impacciato e goffo. L’amore che ci fa tremare perché non sappiamo ancora come si bacia una ragazza e dobbiamo incontrala dietro un albero Sopra le Vigne (!) la sera. L’amore che ci farebbe rivoltare il mondo e portare la nostra amata «Dove l’acqua è fuoco… Dove il buio è luce… Dove il vecchio è un bambino… Dove l’odio è amore… Dove il pianto è un sorriso» [5]. Perché la nostra ragazza è quella che sa inventarsi «un’altra poesia in un momento dolce di malinconia per non lasciar[ci] andare sempre via» [6].

Ci siamo passati tutti. Inutile sorridere… Ma In ogni gruppo di ragazzi c’è sempre un amico più sognatore degli altri. Mosso da ingenuità o forse da saggezza? Intendo quello che s’innamora perdutamente di una ragazzina o anche solo della sua foto. Quello che s’intenerisce alle «strofe languide di tutti quei cantanti con le facce da bambini e con i loro cuori infranti» [7]. Quell’amico è di solito anche il più simpatico e buono, su di lui sappiamo che potremo contare. Sempre. Anche quando decenni dopo vivremo lontani. E allora gli si vuole bene e lo si segue volentieri condividendo le sue canzoni preferite: «Sarà, quell’aria da smorfiosa con quel rossetto rosa, sarà così. Sarà, quel muso da ribelle con quell’abbronzatura sulla pelle. Sarà, quel modo di vestire oppure quei suoi jeans, da ricucire» [8].

Quanti pomeriggi da fauni e quante sere e notti, spese insieme a parlare e a immaginarci il futuro. Sconosciuto e dunque meritevole di essere vissuto.

Alcune canzoni di quel juke-box però hanno lasciato un segno ancora più profondo. In effetti il cielo sopra quella veranda, sopra quel piccolo paese e sopra quel vecchio juke-box, era pur sempre azzurro e vasto.

Una di quelle canzoni speciali è entrata a far parte della memoria collettiva degli anni ‘70. Il suo titolo è entrato di diritto nel nostro lessico come sinonimo del piacere nel rievocare i giorni perduti, i ricordi, le emozioni edulcorate dal tempo. Sto parlando di Anima mia dei Cugini di Campagna con l’inarrivabile falsetto di Flavio Paulin. Tutti la conoscono. Anche i ragazzini di oggi, ma noi, quella canzone, la sentimmo per primi [9].

Un giorno di primavera, mentre stavamo riattando una stanza di un casolare fuori dal paese (la Casa di Sotto, perché in Romagna come ho già detto c’è sempre un sopra e un sotto…), per farci un nostro ritrovo, tra l’incredibile e illuminata concessione del parroco e gli strali delle solite comari, ad un amico che aveva da poco vissuto un lutto tremendo, quella canzone gli riaprì il cuore. Quelle note e quelle parole erano la freschezza della gioventù che con prepotenza rientrava in lui. Che pretendeva di impossessarsi di nuovo del suo corpo e della sua mente. Era la forza che ci costringe a vivere, nonostante tutto.

Anche mio padre un giorno, molti anni prima, aveva ritrovato la forza di vivere. Forse per lui non era stata una canzone, ma il corpicino di un neonato che si ritrovò tra le braccia senza nemmeno sapere da che parte prenderlo. Un disegno difficile da comprendere aveva strappato per sempre i suoi sogni e si era ritrovato solo. Solo con me. Io però ho sempre pensato che un angelo biondo in cielo ci stesse vicino e ci proteggesse entrambi. Poche volte mio padre lo sentì parlare di stanze blu di cobalto e di suorine chiamate nel cuore della notte. In lui ho sempre visto il sorriso e la serenità che voleva trasmettermi. Che mi ha trasmesso.

Nel juke-box della veranda due canzoni sembravano essere state scritte apposta per lui.

«Dove vai… cosa fai… speravo che non giungesse mai amore mio l’ora dell’addio… fate piano che potreste farle male… stai tranquilla amore sono ancora qui… ti aiuto io a scendere le scale» [10]… «E le mie mani innalzerò verso di te cantandoti una preghiera finché non hai salvato lei» [11].


Chissà se anche a mio padre per un attimo venne l’istinto di seguirla:

«E che voglia che ho nel cuore di partire e venire via anch’io»[12]… «Amore mio non ce l’ho fatta più… amore mio senza di te laggiù… amore mio la nostra casa è il paradiso» [13].

Già, il paradiso. Quelle praterie azzurre dove mi auguro che ora mio padre e mia madre si siano finalmente ritrovati. Io però, quelle due canzoni, a mio padre, non le ho mai fatte ascoltare.

Gabriele Paradisi

 

 

Note

[1] Cristiano Cavina, Romagna mia, Editori Laterza, 2012.

[2] Francesco De Gregori, Atlantide, 1976: «Lui adesso vive in California da 7 anni sotto una veranda ad aspettare le nuvole…».

[3] Renzo Zenobi, Silvia, 1979.

[4] Fabrizio De André, La canzone dell’amore perduto, 1966.

[5] Leano Morelli, Io ti porterei, 1977.

[6] Gli alunni del sole, Un’altra poesia, 1973

[7] Eugenio Finardi, Musica ribelle, 1975.

[8] I cugini di campagna, È lei, 1976.

[9] I cugini di campagna, Anima mia, 1973. Nel 1997 Fabio Fazio e Claudio Baglioni idearono e condussero un programma televisivo su Rai 2 intitolato proprio Anima mia rievocando miti e mode degli anni ’70.

[10] Roberto Soffici, Nel dolce ricordo del suo sorriso, 1977.

[11] I cugini di campagna, Preghiera, 1975.

[12] R. Soffici, cit.

[13] I cugini di campagna, Preghiera, cit

 



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