Epoche. I Sessanta


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downloadUn agile volumetto firmato da Francesco Guccini e intitolato Dizionario delle cose perdute [1], mi ha dato l’occasione di richiamare alla memoria immagini ed emozioni che credevo dimenticate per sempre. Basta invece che qualcuno rievochi, anche solo di sfuggita, un oggetto, una consuetudine di un tempo lontano, e si scoperchia d’incanto anche davanti a noi lo scrigno dei ricordi. Da una nebbia spessa e ovattata spuntano impressioni, sensazioni tenui, minime, talmente leggere da non comprenderne il mistero. Com’è possibile infatti che un attimo di banale normalità della nostra infanzia, abbia resistito mezzo secolo, gelosamente custodito in un angolo nascosto della nostra mente? La rete poi, nella sua accezione di “mercatino dell’usato”, ci dà modo di recuperare frammenti e reperti che riverberano anche visivamente e concretamente quel nostro ricordo ritrovato.

Immagine«Noi siamo quelli della banana. […] Appena nati, innocenti, incolpevoli, hanno preso i nostri primi e scarsi capelli e li hanno foggiati in modo che, sulla fronte, emergesse un ricciolone enorme e cavo, un vezzo al quale in nessun modo potevamo ribellarci, una specie di grottesco cannolo che sovrastava i nostri occhi, da poco spalancati sul mondo […] Poi, non paghi, ci hanno fotografato […] Ci facevano uscire, ci esponevano ai pericoli delle città o delle campagne, ai terribili rigori meteorologici, i geli dell’inverno, i caldi tropicali dell’estate, e ci portavano in uno studio fotografico. Là ci immortalavano, sordi ai nostri giusti lamenti. Nudi, distesi in varie pose oscene su pelli di svariati felini, lo sguardo vuoto di infantile e innocente perplessità, se non di autentico e consapevole terrore, là tutti a mostrare dubbie rotondità di glutei e tettine grassocce di cui le femmine, raggiunta appena la pubertà, si sarebbero poi vergognate per i secoli a venire; ma anche noi maschi, con eventuali pisellini in aria, non siamo stati da meno, da sempre timorosi che un qualunque discendente, un figlio, o peggio, un nipote, le scoprisse, quelle foto, e ne facesse materia di ignobile e vile ricatto» [2].

Francesco Guccini è nato nel 1940, dunque vent’anni prima di me, ma a testimonianza che nei decenni Cinquanta, Sessanta e Settanta il tempo scorreva lento lungo le valli e le pianure, nelle campagne come nelle città, le sue emozioni, i suoi ricordi, non si discostano poi tanto dai miei. Le piccole cose di ogni giorno, quelle che hanno lasciato tracce nel nostro spirito, in fondo spesso sono le stesse.

Il negozio dove i miei mi portavano a fare le foto di rito su tappeti pelosi per immortalare la famosa banana sulla fronte, si trovava lungo la via del mare, a ridosso del centro città. Su quella antica strada ricordo anche una merceria gestita da lontani parenti scesi pure loro dal paese; la bottega tutta nera e scura di un carbonaio che tutti conoscevano in città; l’edicola dove ogni domenica mio padre comperava il giornale, il mensile Scienza e Vita per lo zio e gli immancabili fascicoli settimanali delle tante enciclopedie che s’ammucchiavano in sala [3], a testimonianza del fervore di un decennio esplosivo, pieno di voglia di conoscere e di costruire. Il Paese, in pieno boom economico, offriva l’opportunità ai suoi cittadini di introdurre piano piano nelle case gli elettrodomestici utili (il frigorifero, la lavatrice, il ferro da stiro…), ma anche gli oggetti che arricchivano la mente (la televisione, la cinepresa e il proiettore, le enciclopedie…). Mio padre non si fece scappare nessuna di queste meraviglie nella loro prima versione, poco più che prototipale. Bongiorno_Ciuffini_Rischiatutto_1972Salvo mantenervisi legato negli anni, quasi affettivamente, anche quando l’oggetto in questione era ormai divenuto assolutamente obsoleto, superato da prodotti tecnologicamente più avanzati e al passo coi tempi. Capitò così, ad esempio, che le prime puntate del Rischiatutto di Mike Buongiorno [4], trasmesse sul secondo canale della Rai, fummo costretti a vederle a casa di un cugino, in quanto la nostra Tv “prendeva solo il primo canale”. Ma in quel periodo i prodotti erano più solidi, progettati per essere aggiustati e manutenuti nel tempo. Il concetto di “usa e getta”, propellente del consumismo sfrenato che oggi conosciamo, era ancora ignoto e nel cuore delle città si potevano trovare botteghe dove maestri riparatori, riportavano in vita quasi ogni cosa: un ombrello, un paio di scarpe bucate, una ingombrante televisore. Quei giovedì sera, a casa di mio cugino a vedere Rischiatutto, furono anche il canto del cigno delle veglie familiari, quei ritrovi di parenti e conoscenti attorno ad un focolare per conversare prima di andare a letto. Una consuetudine molto sentita nei nostri paesi e che i miei genitori, come tanti altri, inutilmente stavano provando a perpetrare. Si sarebbero arresi ben presto anche loro alle comode solitudini della modernità.

Immagine2Su quella stessa strada dove mi portavano a fare le foto, c’era anche un altro negozio speciale: lo spaccio alimentare. Forse, all’epoca, il luogo più intrigante per un bambino. Sto parlando di una bottega dove appena entravi venivi sovrastato da un tripudio di profumi intrecciati. Un “groviglio armonioso” di odori di spezie rare e di detersivi da bucato: Tide, Olà, Omo, Ava come lava… e Calimero che diventava bianco appena immerso in una bacinella da un’olandesina dolce dolce [5]. Poi ancora odori caldi di fagioli cotti e conservati sul banco in pentole fumanti e poi fragranze d’acquolina in bocca come quelle che ispiravano il pastosissimo Fruttino Zuegg (1952) o i pacchetti del Ciocorì (1957). Immagine2Quei negozietti erano pionieristici progenitori degli attuali luminosissimi ipermercati, ma molto più misteriosi e affascinanti. Nella loro penombra infatti, nei pochi metri quadrati a disposizione, su incerti scaffali di legno a loro volta impregnati di aromi, si poteva trovare ogni bendidio. E ogni mattina, accompagnando la nonna o mia madre a fare la spesa, entravo in quello scrigno odoroso con la speranza/certezza di ricevere un piccolo regalo: un Bubble Gum Elah con i dollari della Bank of Paperopoli (1969-1972) o le figurine a punti Miralanza con le donnine sorridenti intente a stendere panni o a lucidare stoviglie (1954-1973).

Al tempo erano ambite anche le figurine di plastica. Quelle che regalava il formaggino Mio: «Tecnicamente, la figurina Plasteco era una sagomatura di plastica PVC bianca alta circa 10 centimetri e spessa pochi millimetri con una leggera imbottitura. Era serigrafata su un lato con il personaggio della serie e termosaldata sui bordi. La sua caratteristica è che si poteva attaccare alle pareti lisce di frigo o piastrelle bagnandola sul retro con un po’ di acqua e sapone. Naturalmente, quando l’acqua e sapone asciugavano, le figurine cadevano a terra. Le serie prodotte e diffuse furono infinite e utilizzarono tutti i personaggi Disney e tutti i personaggi dei cartoni animati di allora» [6].

Sempre di plastica, uno dei regali che tutti i bambini di allora desiderarono avere, fu di certo la Mucca Carolina: «La mucca Carolina era uno dei grandi amori della nostra infanzia. Era una mucchina gonfiabile bianca e nera con le mammelle rosa, larga circa cm 40 e alta circa cm 40, che veniva regalata con la raccolta di punti dei formaggini Invernizzi e che veniva cavalcata fino a che non scoppiava o si bucava, poi di corsa a mangiare formaggini per poterne avere un’altra. La divertente filastrocca della mucca Carolina faceva così: “Io ho una mucca assai pregiata (eh-oh!) e Carolina l’ho chiamata (eh-oh!). Appeso al collo ha un campanon, produce latte a profusion, vale certo dei milion tolon-tolon-tolon-tolon, eh-oh!”» [7].

Immagine4Un altro prodotto tipico di quel tempo perduto, che non mancava mai nella nostra cucina, era l’orzo (detto spesso il caffè dei poveri). Inconfondibile l’odore che si sprigionava dalla cucuma messa a bollire ogni sera sul fornello.

«E l’orzo, che arriva fumante (in tazza piccola o grande), mi riporta indietro nel tempo, alle mille mattine di caffelatte infantili, in tazza grande, con chili di pane inzuppato, quasi che, come si diceva, il cucchiaio dovesse rimanere dritto in equilibrio» [8].

 

«”Serve altro, Luigia?” – chiedeva sgangherata la commessa dietro il bancone – “Certo nonna!” – rispondevo io – “Dobbiamo comperare il mio caffè…”. Una manciata di anni sulle gambe, mi accompagnavo a mia nonna per le compere quotidiane nello “spaccio alimentare” del paese natio. Una botteguccia dimenticata dal tempo, ricca di cassetti e barattoli colmi di farine, chicchi di riso, mentucce, spezie e quant’altro necessario al nutrimento della piccola comunità montana. Sui pochi scaffali a disposizione dei clienti, rubicondo, sorrideva dalla sua scatola il buon faccione dell’abate Kneipp. Malto Kneipp, recitava la didascalia. Era quello “il mio caffè “. Amavo quel volto sorridente quando, seduto al mattino davanti alla tazza fumante, già mi percepivo adulto, partecipe di un rito riservato solamente ai grandi: il caffè» [9].

 

images5La cosa che allora emozionava di più noi bambini era quella di ritrovare su quegli ordinati scaffali dello spaccio gli stessi prodotti che la sera avevamo visto con entusiasmo a Carosello, poco prima di esser messi a letto: «E dopo Carosello tutti a nanna». Era come trovarsi di fronte ad entità “famose”. La Tv stava creando miti in carne ed ossa, ma anche inanimati. E quei prodotti ora potevamo persino toccarli, addirittura comperarli. Introdotti in televisione dai personaggi o dai nostri cartoni preferiti nella magia del bianco e nero, adesso quei prodotti ci parevano ancora più belli perché lì nello spaccio erano pure tutti colorati.

2613281-jpeg_preview_largeLa lattina verde dell’Olio Sasso «Matilde… la pancia non c’è più…» [10] o il barattolo del caffè Paulista, con le sue fasce decorative stile latinoamericano arancioni, gialle e nere: «Là, nella pampa sconfinata dove le pistole dettano legge, il caballero misterioso cerca la bellissima donna che gli ha incendiato il cuore. S’ode un grido nella pampa: Carmecita abita qui?» [11].

E ancora i barattoli rossi del pomodoro concentrato De Rica con gatto Silvestro e Titti [12]. La lattina a strisce orizzontali blu e rosse della Carne Bovina in gelatina Montana, con Gringo [13].

Gli spacci ormai resistono solo nei piccoli paesi di campagna o di montagna. Accompagnano con tenerezza il lento inesorabile spopolamento di quei luoghi e forse sono uno dei pochi punti di riferimento rimasti ai sempre meno reduci, sopravvissuti di un passato che non tornerà più.

Oggi al posto dello spaccio della mia infanzia c’è una Caffetteria. Si chiama “Gli angeli”. Come se quel brulicare chiassoso di casalinghe, bambini e nonne di tanti anni fa, proseguisse, ma in un’altra dimensione.

Non c’è più il carbonaio, la merceria e nemmeno il fotografo. Oggi, nel secondo decennio del terzo millennio, la via del mare a For’Lee è un susseguirsi di banche e di shop, testimoni della selvaggia, inesorabile globalizzazione del mondo: Kebab Casablanca, Compro Oro in contanti, China Centro massaggi, Bangla Bazaar, Romania Produse Alimentare… In me, ovviamente, non c’è nessun intento critico. La mia è solo la constatazione della nuova odierna realtà. Del resto, lo sappiamo da sempre… Panta rei.

Gabriele Paradisi

 

Note

[1] Francesco Guccini, Dizionario delle cose perdute, Libellule Mondadori, 2012.

[2] Guccini, La banana, pp. 7-8.

[3] Natura Viva, Vallardi Edizioni Periodiche, Milano 1965; Geografia Universale, Rizzoli Editore Milano Larousse, 1965; Le Avventure di Pinocchio, Fratelli Fabbri Editori, 1965; Storia Universale dell’Arte, Elite, Fratelli Fabbri Editore, 1966; Enciclopedia del Cacciatore, Fratelli Fabbri Editori 1967; Guide Turistiche Fabbri – L’Italia, Fratelli Fabbri Editori, 1968; I Giganti – La Nuova Biblioteca per tutti, Mondadori, 1968.

[4] La prima puntata del Rischiatutto per la regia di Piero Turchetti (a tutti noto per la frase che Mike Bongiorno gridava all’inizio di ogni puntata: «Fiato alle trombe Turchetti»), andò in onda alle 21.15 di giovedì 5 febbraio 1970. In realtà «il più riuscito telequiz di tutti i tempi», si aprì nel peggiore dei modi «con la sacrosanta contestazione di un concorrente dovuta a un errore tecnico, una madornale confusione (non ammessa in sede di registrazione da Mike e dal Signor No, Ludovico Peregrini) tra l’Inno di Mameli e la poesia di Giosuè Carducci Piemonte. In pratica, era stato trasmesso il disco di Alberto Lupo che declamava alcuni versi della notissima ode del poeta di Bolgheri e, nonostante l’evidente risposta corretta del signor Franco Moretti di Bergamo, venivano spacciati come tratti da una parte minore de Il canto degli italiani di Goffredo Mameli. Tutti ingredienti, questi, che sono serviti a invalidare quella prima puntata e a trasformarla (previa introduzione del presentatore) in un numero zero atto a spiegare ai telespettatori il meccanismo del gioco» (Cesare Borrometi, Lunario dei giorni di tele – La TV degli anni d’oro come non è mai stata narrata, MEF Firenze Libri, 2012, 327 pp.)

[5] Calimero, è il personaggio per antonomasia di Carosello, protagonista anche di serie animate giapponesi. [Reclamizzava i prodotti della Miralanza]. Famosa la sua frase “tutti se la prendono con me perché sono piccolo e nero!”, e la risposta (leggermente razzista) “tu non sei nero, sei solo sporco!”. La serie creata dai fratelli Pagot e da Ignazio Colnaghi, fu trasmessa dal 1963 al 1974 (Il mondo di Carosello, http://www.mondocarosello.com).

[6] Giulio Regosa,Le figurine di plastica in regalo con il formaggino Mio da appiccicare con il sapone, 30 ottobre 2011, anima mia – la nostra memoria bambina).

[7] Giulio Regosa,La Mucca Carolina, 12 gennaio 2011, anima mia – la nostra memoria bambina).

[8] Guccini, Il caffè d’orzo, p. 122.

[9] Marzio Sommavilla, Un bene prezioso per tutti: Sebastian Kneipp, http://www.scuolanaturopatia.org/articoli.php?area=5&id=28

[10] I caroselli dell’Olio Sasso (che andarono in onda dal 1965 al 1976) erano intitolati “Sogno e risveglio” ed erano interpretati da Mimmo Craig, il quale, in un sonno tormentato, viveva l’incubo di essere obeso. Al risveglio, ancora in preda al panico, chiamava trafelato la sua governante di colore, Edith Peters, che lo riconduceva alla piacevole realtà. Di nuovo magro e felice l’attore pretendeva che tutti i “cibi sani, magri e nutrienti” fossero conditi con Olio Sasso “che nutre e non ingrassa”. Lui, la lattina dell’Olio Sasso la voleva sempre lì, sul tavolo!

[11] Il Carosello del caffè Paulista [Lavazza], prodotto dall’agenzia Testa, andò in onda dal 1965 al 1973.

[12] Il Carosello De Rica  aveva per protagonista il Gatto Silvestro (Sylvester J. Pussycat, Sr. in originale). «Lo spot era realizzato dall’Organizzazione Pagot, lo studio che riuniva i fratelli Toni e Nino Pagot e una serie di validi collaboratori, sciolto nel 1972 dopo aver lasciato il segno nella storia del più famoso programma pubblicitario italiano. Il Gatto Silvestro apparve in Carosello grazie all’esclusiva concessa sul finire degli anni ’60 dalla Warner Bros ai Pagot, che poterono così disegnare e animare il personaggio. Negli spot Silvestro si esibiva con Titti in indiavolati inseguimenti che invariabilmente si concludevano con la frase “Oh no! Su De Rica non si può!”, pronunciata da Silvestro quando il canarino si posava sul prodotto pubblicizzato impedendogli così di colpirlo. Poco più di due minuti di divertimento che con i ritmi frenetici della pubblicità attuale si possono solo ricordare con rimpianto» (memorietelevisive.wordpress.com). Il Carosello De Rica con gatto Silvestro e Titti andò in onda dal 1967 fino al 1976.

[13]  Il primo carosello della carne Montana con Gringo andò in onda la sera del 13 maggio 1966. «In piena affermazione del genere cinematografico degli spaghetti western, ecco questa versione carosellistica, orchestrata dalla regia di Roberto e Gino Gavioli e le animazioni di Paolo Piffarerio per la Gamma Film, con i testi e la dizione dell’onnipresente Alfredo Danti e una star truccata da Clint Eastwood: Roberto Tobino. […] È subito successo e, per i dieci anni a venire, non sarà quasi estate se in Carosello non apparirà Gringo, salutato da un coro che riprende il tema  della canzone country-rap Ringo, lanciata la Lorne Greene e, in italiano, da Adriano Celentano. Inoltre non bisogna tacere della tecnica di ripresa di questi cortometraggi, altamente rivoluzionaria: persone in carne ed ossa che agiscono all’interno di una scenografia disegnata. Si tratta di un particolare non da poco, sufficiente per far vincere all’Italia il primo premio al festival pubblicitario di Cannes nel giugno del ’67, ennesimo alloro internazionale per Carosello negli anni Sessanta» (Borrometi, cit.).

«Per farvi capire meglio la poesia del Gringo, eccovi il testo integrale di uno di quei caroselli:

Laggiù nel Montana tra mandrie e cow-boys/c’è sempre qualcuno di troppo tra noi/
Black Jack va dicendo che troverà il modo/di farmi sembrare un bel colabrodo/
per’ se a provarci un bel dì lo costringo/vedremo chi cola, parola di Gringo
Dal più antipatico dei suoi brutti grugni/m’ha fatto sfidare a un incontro di pugni/
e per ricevuta quel grugno demente/con mezza percossa rispedisco al mittente/
ed ora a noi due sporco fiore del fingo/eh sarebbe ‘del fango’ ma è per far rima con Gringo

In piazza in attesa c’è tutto il villaggio/la Dolly è tremante e le faccio coraggio/
saliamo sul ring ed inizia il gran ballo/ma Black ha per pugno un ferron di cavallo/
così che di un metro all’ingiù mi restringo/ma adesso gli faccio vedere chi è Gringo
Lo invito alla carica lui parte in seconda/mi scanso e le corde facendo da fionda/
ti fanno volare quel grosso salame/a testa all’ingiù in un bidon di catrame/
così che ora sembra un nativo del Chingo/ ehm Congo, mannaggia la rima con Gringo 
E adesso siam giunti alla resa dei conti/siam fermi di fronte immobili e pronti/ qualcuno di noi deve fare trasloco/sarà mezzogiorno, mezzogiorno di cuoco/
e vedendo la carne Montana che stringo/alé, vengon tutti a mangiare con Gringo.
Mangiate Montana, è carne ben scelta, così, in gelatina, è pratica, svelta, il tipo normale o esportazione, in casa, all’aperto, in ogni occasione. C’è poi Jambonet che puoi fare a fette, comunque le mangi son sempre perfette. Così nutriente, appetibile, sana, è carne ben scelta, è carne Montana”» (Giulio Regosa, Il Gringo dei Caroselli della carne Montana,  1 novembre 2010, anima mia – la nostra memoria bambina)..



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