Letto per Voi. L’industria della carità


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Lindustria-della-carità-FurlanettoFare la carità è un gesto molto semplice e alcuni dicono che innanzitutto “faccia bene a chi la fa”.  Se sino a vent’anni fa donare denaro e fare del bene a qualcuno era un processo piuttosto lineare, oggi intorno al “no profit” si è creato un meccanismo complesso, industriale, dai contorni non sempre chiari.  Basti pensare allo sviluppo del settore molto, troppo repentino.

Valentina Furlanetto, giornalista di Radio 24, ha messo su carta e dato risposta alla maggior parte dei miei interrogativi sulla beneficienza. Come facciamo a sapere l’uso che le organizzazioni fanno del denaro donato? Chi controlla l’effettiva realizzazione ed efficacia dei progetti? Perchè gli stipendi dei dirigenti del no profit si stanno alzando quasi a livello di quelli degli altri settori? Pagina dopo pagina Furlanetto raccoglie dati ma soprattutto testimonianze e alza il velo su molteplici anomalie. Esiste ad esempio una sproporzione tra fondi dedicati all’emergenza rispetto a quelli per lo sviluppo, la prima infatti ‘rende’ di più. Non solo i progetti hanno tempi di approvazione più rapidi ma raccolgono di più sull’onda emotiva che induce le persone a donare.

E poi la vita di alcuni funzionari che vivono in Africa: gente che gira su una jeep con autista, vive in case lussuose con camerieri e giardinieri e passano da una festa lussuosa all’altra dove partecipano solo bianchi. E poi progetti improvvisati come lìolio del Nepal: dopo dieci anni hanno prodotto la prima bottiglia d’olio (costata idealmente un milione di euro) peccato che anche se la produzione andasse a regime non ci sarebbero le strade per trasportarlo e commercializzarlo. Sempre in Nepal hanno creato una rete di asili costati 200mila euro in 5 anni. Ma poi il personale è stato trasferito e gli asili sono rimasti inutilizzati.

I “locali” sono abituati a pensare agli occidentali come dei ‘portafogli ambulanti’ e quindi talora non si prendono cura dei progetti che vengono realizzati.

Altro capitolo riguarda una anomalia tutta italiana: le organizzazioni no profit infatti non sono obbligate a redigere né a rendere pubblico il bilancio e quindi  tantomeno a farlo con criteri di condivisione e trasparenza. Se fosse obbligatorio sarebbe evidente come in molti casi le spese di personale, pubblicità e foundraising siano eccessive rispetto a quelle effettivamente destinate a chi ne ha bisogno. E le associazioni per la ricerca medica non fanno eccezione.

Infine l’incredibile capitolo sulle adozioni internazionali con bambini obbligati a mentire sull’età per apparire più piccoli e quindi più ‘appetibili’ ai genitori stranieri. Quello di Furlanetto è un libro coraggioso e completo che non vuole disincentivare la solidarietà e la generosità ma invitare ad una maggiore trasparenza  del settore.

Johann Rossi Mason

 

 

L’industria della carità di Valentina Furlanetto

Chiarelettere

2013

 

 



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