Storie di vita. Scorci di un viaggio nelle isole della Sonda


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putri islandMi recai in Indonesia per la prima volta nel 1978, era il mio primo viaggio in Estremo Oriente e spesi più di due mesi saltando da un Paese all’altro.

Il cliente indonesiano, che ricordo ancora con piacere, m’invitò a passare il “week-end” con la sua famiglia, nell’isola “Pulau Putri”, appartenente alle “Rainbow Islands”, circa 130 isole e atolli sparsi nel Mare della Sonda, a Oriente dell’isola di Java. Si raggiungevano da Jakarta con circa 90 minuti di navigazione su un motoscafo veloce.

Rimasi tanto affascinato da quei luoghi, in parte semi sconosciuti agli occidentali, che a partire da allora, ogni volta che andavo in Indonesia, parlo di tre o quattro volte all’anno, mi riservavo uno spazio per andare sulle isole, visitai tutte quelle organizzate turisticamente e anche quelle deserte.

Rimasi particolarmente affezionato a Pulau Putri, una piccola isola, con una ventina di “bungalows” sistemati nel perimetro, distanti una decina di metri uno dall’altro e a una quindicina di metri dal mare.

I pasti si consumavano in un ristorante su palafitte sul mare, coperto da una tettoia, non esistevano mezzi di trasporto su strada, nemmeno biciclette. A quel tempo i prezzi erano molto bassi e passando lì i fine-settimana, risparmiavo il costo dei grandi alberghi in Jakarta, e in più il traffico, il rumore e l’inquinamento.

Nell’ufficio dell’Agente dell’Azienda, tenevo una borsa con l’attrezzatura da pesca e due canne, il venerdì pomeriggio prendevo la borsa e partivo.

sonda_pulau_rinja_vegetazione3A volte mi recavo sull’isola in dolce compagnia, erano giornate balneari di completo relax, quando invece andavo da solo era un’altra vita, mi comportavo come quei grandi pipistrelli neri che popolavano i grandi alberi: uscivo al tramonto e rientravo all’alba.

Vicino al ristorante, c’era un pontile d’attracco in legno, illuminato da lampade, lungo una quindicina di metri; la sera non cenavo al ristorante, prima che arrivasse l’alta marea, che portava i pesci piccoli a rifugiarsi negli anfratti perché arrivavano i grandi a mangiare, passavo dalla spiaggia sabbiosa vicina e raccoglievo con una borsa di plastica, i legnetti portati dal mare e ormai asciutti. Poi passavo dal ristorante e prelevavo sei latte di birra e mi spostavo sul pontile che era alto circa un metro dall’acqua.

Mentre aspettavo che imbrunisse, ai Tropici viene buio di colpo, mi bevevo una birra poi aprivo la lattina con il coltello facendola diventare una piastra.

Infine, sempre con la punta del coltello, facevo un foro sul fondo e sulla cima della lattina aperta. Poi cospargevo la lattina aperta di pezzetti di legno.

Calava il buio ed ero pronto alla pesca, avevo due canne: una piccola lunga circa un metro nata per la pesca alla trota con l’artificiale, l’altra una canna da fondo, componibile, lunga quattro metri e mezzo su cui usavo piombi a scorrimento da 200 gr. per il lancio.

imagesLa pesca cominciava con la canna piccola, si cui avevo montato un’esca artificiale ABU Killer. Mi sedevo sul bordo del pontile e guardavo il mare sempre più scuro. A un tratto, nell’acqua quasi nera, si vedevano delle lucine strane, erano gli occhi delle seppie: lanciavo con la cannetta e generalmente prendevo la prima seppia che veniva usata come esca per la canna da fondo.

Innescavo e lanciavo a un centinaio di metri, nei canali tra gli atolli, dove l’acqua era più profonda, poi posavo la canna vicino a me, tenendo aperto l’archetto, se qualche pesce di grandi dimensioni avesse abboccato, non avrei voluto che mi portasse via la canna.

Dopodiché, pescavo altre seppie che erano la mia cena: le pulivo e sciacquavo in mare, le infilavo in uno spiedino che portavo con me e le mettevo a rosolare, bagnandole con succo di “lime” che prendevo in cucina.

Così passavo la nottata, quando prendevo qualche bel pesce, chiamavo un inserviente del ristorante che lo portava in cucina.

Amavo il silenzio della notte e i rumori del mare.

All’alba, raccoglievo i miei attrezzi, facevo colazione, poi un tuffo in mare davanti al “bungalow” e infine a letto a dormire fino alle 13.

images (1)Ero molto attaccato a quell’isola, all’inizio non c’era proprio niente, al centro dell’isola, in una fossa, c’erano dei varani lunghi un paio di metri. Una volta, tornando alla mia cuccia, ne incontrai uno, che era evaso, sul sentiero, lo spaventai puntandogli la lampada negli occhi.

Aiutai anche a progettare l’acquario, sapendo dove trovare il vetro, oggi addirittura c’è una galleria sottomarina!

Ho anche pernottato in altre isole, “Mata Hari” era lussuosa e si potevano noleggiare anche le moto d’acqua, battei il primato di velocità nella circumnavigazione dell’isola!

Un’isola, lunga e stretta, era stata addirittura attrezzata come aeroporto, avevano ripulito dalla vegetazione una striscia centrale su cui potevano atterrare i piccoli aerei.

Il continuo spostarmi in aereo, volavo più di 450 ore all’anno, mi aveva fatto nascere un certo timore di qualche incidente in posti selvaggi, per cui mi preoccupai di scoprire se ero in grado di cavarmela.

Mi misi d’accordo con un amico pilota che un giorno mi portò con l’idrovolante in un’isola deserta, dove c’era una sorgente d’acqua. Mi doveva venire a prelevare dopo tre giorni.

Avevo portato con me una bottiglia d’acqua, un rotolo di corda, un machete, due coltelli, cucchiaio e forchetta, filo da pesca, ami, due scatolette di carne, una grande lampada con batterie di scorta, una piccola fiocina a mano, un libro, due stecche di sigarette, due accendini e due scatole di fiammiferi “waterproof”, inoltre un secondo costume e due Tshirt.

{0a18f7b8-e92e-474a-b34a-369b8f6fd8c0}Ammarammo a metà mattinata, sbarcai i miei averi sulla spiaggia deserta, formata da una sabbia bianca bellissima. Il mio amico ripartì, lo seguii con lo sguardo finché non scomparve dentro nuvole lontane. Ero solo.

Il sole scottava, per cui mi spogliai e mi tuffai, poco distante c’era una striscia rocciosa che s’inoltrava nel mare, m’immersi lì vicino e alla profondità di un paio di metri vidi aragoste e pesci vari. Bene, pensai, il cibo è assicurato.

La spiaggia era profonda una trentina di metri e poi si trasformava in vegetazione tropicale, c’erano palme da cocco e anche banani, la cosa mi fece piacere. Poco distante, un piccolo ruscello portava alla sorgente d’acqua, che sgorgava pulita da una roccia.

Dedicai il resto della giornata a costruirmi una specie di capanna aperta con foglie di palma vicino al mare e vicino, con i sassi, creai un focolare.

Arrivò la sera, accesi il fuoco con rami secchi raccolti in giro, mi mangiai una scatoletta di carne, mi fumai l’ultima sigaretta della giornata e mi sdraiai sulla nuda sabbia, calda e morbida; per cuscino usai una grande pietra su cui posai le Tshirt e il costume di scorta.

Non mi ero mai trovato da solo così lontano dai centri abitati, dalla tecnologia delle comunicazioni e dal progresso. Il silenzio del mondo è tutto un rumore, faticai a prendere sonno, ma durò poco.

Sentivo un qualcosa che mi disturbava, eppure era molto lieve: accesi la lampada, ero ricoperto di granchi che, per fortuna, non avevano ancora cominciato ad assaggiarmi! Mi alzai di scatto e mi tuffai in mare, poi, liberatomi dagli ospiti curiosi, mi cambiai e passai il resto della notte a costruirmi un’amaca, per fortuna avevo portato un grande rotolo di corda!

All’inizio della vegetazione trovai due palme vicine e da lì partì il mio lavoro di tessitura, praticamente intrecciai la corda come se avessi voluto fare una rete. Leggermente grezza ma funzionava, riuscii persino a dormire un paio d’ore!

Al mattino andai in giro e raccolsi un paio di noci di cocco cadute e trovai un casco di banane mature. Il latte di cocco era squisito e la polpa, raccolta con il cucchiaio, molto dolce.

Mi organizzai per pescare, ma quella mattina non presi nulla, allora mi tuffai con la fiocina, senza andarla a cercare piombai su una grassa aragosta che portai a riva tenendola sul dorso.

La rosolai sul fuoco, era gustosissima, poi mi mangiai due banane. La cosa strana era che c’era sempre da fare, tenevo in ordine i luoghi dove vivevo, anche per non attirare insetti sconosciuti.

Finalmente nel pomeriggio pescai un bel pesce, della famiglia delle orate, che provai a cuocere avvolto in una foglia di banano e ricoperto dalle braci. Fantastico! Mi feci i complimenti da solo!

Ormai avevo istituito una routine, seguivo il sole per stabilire gli orari dei pasti, la sera poi ero stanchissimo e nell’amaca si dormiva veramente bene. L’unica stranezza è che mi trovavo spesso a parlare da solo, ponendomi domande e dandomi risposte. Non mi dilungo oltre, era quasi monotono.

Arrivò l’aereo a prelevarmi, raccolsi gli attrezzi, riempii un sacchetto di plastica di spazzatura e ripartimmo. Mentre ci allontanavamo, l’amico virò sopra l’isola e gettai l’ultimo sguardo, ero stato bene, mi dispiaceva andarmene, ma avevo bisogno di un abbraccio femminile che mi allontanasse dalla solitudine.

Non tornai più sull’atollo disabitato, mentre tornai ancora per qualche anno a Pulau Putri, ma stava cambiando, incontrai persino degli italiani!

Visitai queste isole tutti gli anni, dal 1978 al 2003, mi hanno lasciato un grande ricordo…..

Sandro Emanuelli