Pompei, il “super city manager”, i crolli e i furti


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POMPEIE’ di pochi giorni fa la notizia dell’ennesimo crollo nel sito archeologico di Pompei (29 nel giro di 5 anni), che per l’Italia dovrebbe rappresentare un vanto e una risorsa ma che, invece, costituisce una vergogna.

Altrettanto triste è la notizia diffusa al mondo, del presunto furto (avvenuto il 12 marzo scorso ma reso noto una settimana dopo), di una porzione di 20 cm dell’affresco di Apollo e di Artemide, che si trova all’interno di un cubicolo (piccolo ambiente) della domus di Nettuno (insula 5, Regio IV, in via Consolare), edificio chiuso al pubblico. La parte “asportata” è quella della dea della Luna.

Per intero l’affresco è di 1 mq ed è da considerarsi uno dei pochi esempi di pittura pompeiana che si ispira alle immagini parietali sacre dell’antica Grecia periclea.

Nelle case patrizie romane era molto di moda avere uno o più angoli delle pareti dipinte a quadretti, ai cui interni venivano rappresentate scene fantastiche (IV stile pompeiano) oppure divinità alle quali erano “devoti” gli abitanti della casa. L’affresco di Apollo e di Artemide, anche se a causa di una cattiva conservazione, non dà “una buona chiave di lettura” sembrerebbe “un revival” del I stile per la posa classicheggiante del dio Apollo, che ricorda una delle statue di Fidia.

L’affresco in questione si trova vicino al vicolo di Modesto, in un’area che fa parte del “Grande Progetto Pompei”, promosso dall’ex ministro Massimo Bray, il 27 dicembre 2013, e firmato dall’ex Presidente del Consiglio, Enrico Letta. Questa ulteriore perdita, sembra l’ennesima beffa per l’Italia!

Pare impossibile che l’affresco sia stato rimosso, come affermato dalla Soprintendenza archeologica di Napoli, con un semplice scalpello. Sembra invece, che, la porzione di affresco si sia crettata e che, in seguito, sia caduta anche a causa dei repentini sbalzi termici di un’aria poco protetta. E’ infatti evidente dalle foto diffuse on-line, che si tratta, anche per la forma irregolare della porzione dell’affresco, della caduta dell’intonaco e non dell’asportazione di una parte del muro. Con assoluta probabilità, anche a causa della “longevità” della parete, qualora i ladri avessero tentato di rimuovere l’affresco in questione, l’intonaco si sarebbe accartocciato su se stesso, sgretolandosi ai piedi dei trafugatori!

Le tecniche di asportazione di un affresco sono due: lo stacco e lo strappo. Quest’ultima tecnica è stata messa da parte agli inizi del ’900 perché asporta solamente la pellicola pittorica dell’affresco, lasciando l’intonaco con la sinopia (abbozzo preparatorio dell’affresco in terra rossa). Lo stacco, invece, è quello più utilizzato, perché prevede l’asporto totale dell’intonaco. Lo stacco a massello, invece, utilizzato per grandi porzioni di superficie, prevede l’asportazione del muro su cui poggia l’intonaco e l’affresco.

La rimozione di un affresco è una pratica invasiva e viene fatta solo in casi estremi di recupero delle opere d’arte; implica una precisione chirurgica nel delimitare il perimetro dell’aria da asportare. Non sembra affatto che tutto questo sia stato fatto nell’affresco di Pompei.

Si tratta forse di un’operazione creata ad hoc per incrementare la richiesta di fondi UE e UNESCO, destinati ad  un patrimonio considerato dell’umanità? Oppure sviare le colpe sugli ultimi crolli avvenuti a pochi mesi dalla nomina del generale di Divisione, Giovanni Nistri?

Resta un fatto sostanziale, che anche per i restauri delle pitture parietali delle domus di Pompei i soldi c’erano e ci sono, il problema sono i piani di recupero e di tutela che stentano sempre a partire.

C’è un altro fatto molto importante: Il presunto furto è stato giustificato dalla Soprintendenza dei Beni Archeologici di Napoli con la sparizione di un frammento di decorazione floreale, avvenuto qualche tempo fa, proveniente dalla domus del Frutteto.

La dinamica del furto è completamente diversa da quella dell’affresco della domus di Nettuno perché il frammento di decorazione floreale era momentaneamente depositato al laboratorio di restauro degli scavi di Pompei. Il frammento fu poi, all’inizio dell’anno 2014, rispedito alla Guardia di Finanza di Napoli da un ufficio postale di Firenze.

Questa “goliardica operazione” è stata, probabilmente, un’operazione atta a sottolineare la pochezza e l’incuria con cui vengono tutelate le opere archeologiche del territorio campano!

Mentre l’Italia, da oltre 5 anni, si interroga con maxi briefing ministeriali sui crolli di Pompei, il British Museum di Londra, alla fine del 2013, ha organizzato una mostra temporanea (450 oggetti “di vita”) sulla storia del sito archeologico campano. Questa mostra ha  suscitato in Italia non poche polemiche, anche a causa dell’uscita nelle sale italiane, lo scorso novembre, di un progetto cinematografico sull’eruzione del Vesuvio del 79 d. C.. Una domanda tra tutte: “Ma perché per vedere Pompei si deve andare a Londra?!”.

E’ chiaro che la cultura non può essere circoscritta a un “sentimento campanilistico” e l’iniziativa del British Museum è da prendere da esempio sia dal punto di vista museografico sia come ottima operazione di marketing. Ciò che umilia l’Italia è che l’operazione divulgativa della “vita e della morte a Pompei e a Ercolano” sia stata ideata, promossa e sponsorizzata dagli inglesi, che hanno il merito di essere dei grandi archeologi e di aver “incrementato” i Gran Tour, che contemplavano anche una visita a Pompei e a Ercolano, come dimostrano anche alcune fotografie di fine ’800 di Sommer.

La mostra del British Museum ha come tema la casa. Tutto ciò avviene in maniera “virtuale”, ossia, attraverso un oggetto viene descritta la vita sociale e politica di due fiorenti cittadine del tardo impero romano. In Italia, invece, il sito archeologico di Pompei crolla inesorabilmente, rischiando di cancellare una testimonianza significativa per la cultura mondiale e per la storia dell’umanità.

Il degrado attuale degli scavi di Pompei è ancora più evidente se si confrontano le vedute del pittore ottocentesco Luigi Bazzani e le foto odierne  del sito, evidenziato da una mostra temporanea coeva a quella del British Museum di Londra, allestita a Bologna dall’Università UNIBO.

Nella mostra bolognese si denuncia come molti ambienti degli scavi oggi siano crollati o in condizioni di forte degrado e come la maggior parte delle pitture parietali, che, ricordiamo, a Pompei testimoniano il IV stile, stiano scomparendo perché non adeguatamente protette.

L’ex ministro dei Beni Culturali, Massimo Bray, alla fine del 2013, ha nominato il generale di D. Giovanni Nistri nuovo “super city manager” del sito archeologico di Pompei. Questa decisione ministeriale è stata “copiata” dal predecessore ministro Giuliano Urbani (governo Berlusconi), che nominò, dal 2001 al 2004, dopo le dimissioni del direttore del sito, Giuseppe Gherpelli (ufficialmente dimessosi “per stanchezza”), il generale dell’aeronautica in pensione Giovanni Longobardi, lautamente compensato per non avere prodotto grandi risultati. La figura del city manager fu adottata dall’ex ministro dei Beni Culturali, Walter Veltroni, il quale, nel 1996, dichiarò che per Pompei si apriva una nuova pagina, che, senza saperlo, “ha predetto” una serie di crolli a raffica … .

A fronte di questo, il ministro Rutelli (centro-sinistra), nel 2007, aveva abolito la carica di city manager perché considerata inutile e altamente dispendiosa. Il ministro Bondi, infine, senza tenere conto delle autonomie regionali nell’ambito dei beni culturali ed ambientali, aveva commissariato il sito di Pompei probabilmente senza tenere conto che non esiste una grande differenza tra un commissario e un city manager.

Come infatti si legge nella rivista Aedon,  gestire i Beni Culturali, Pompei dieci anni dopo. Ascesa e declino dell’autonomia gestionale, Paolo Ferri e Luca Zan, università di Bologna,  scrivono: “Date le modalità di selezione e nomina dei city manager, è lecito credere che l’abolizione di questa posizione possa avere delle ricadute positive nel funzionamento della soprintendenza, se non altro a livello di clima organizzativo. Tuttavia colpisce il fatto che l’abbandono di una delle principali innovazioni della riforma sia avvenuto in assenza di ogni valutazione dell’esperienza, sia in termini di utilità del ruolo sia di elementi positivi da preservare”.

Quindi è chiaro che, da più di 10 anni, il problema non sono le nomine, come ha evidenziato il ministero dei Beni Culturali con la scelta di Nistri, bensì le riforme congelate dal 1997! In sostanza non si è mai pensato di affiancare alla cultura una figura imprenditoriale che si occupi del management dei beni culturali. Il Ministero, pur avendo creato su carta queste figure attraverso master costosissimi nel settore, non ha mai messo in pratica questo progetto, come dimostra il caso di Pompei.

C’è anche da chiedersi allora a cosa sia servito creare facoltà come Conservazione e dei Beni Culturali ai tempi in cui l’onorevole Veltroni era ministro dei Beni culturali (1996/1998), se poi lo Stato ha deciso che, a causa dell’emergenza camorra, sia più opportuno nominare un manager (chiamato super probabilmente perché generale dell’Arma) che non credo affatto abbia esperienza nel settore  se non per aver  comandato il Nucleo Operativo Tutela del Patrimonio dei Beni Culturali dal 2007 al 2010.

In questo caso, la scelta di una “alta carica militare” è stata giustificata dal comunicato stampa del Ministero per infiltrazioni camorristiche all’interno dei siti archeologici, interessati ai finanziamenti dell’UE e dell’UNESCO, che ammontano ad una considerevole cifra di 105 milioni di euro ma che, per un “buco nero” come il sito archeologico di Pompei, non sono mai abbastanza, considerando anche che il piano di interventi a livello nazionale risale al 1997. Inoltre, ha sottolineato il ministero, “il gen. Nistri possiede la sensibilità giusta per questo incarico” ma è da chiedersi, dopo i lucidi esami gestionali svolti negli ultimi anni, se alla guida di Pompei ci voglia sensibilità o competenza … .

E’ chiaro che l’infiltrazione mafiosa e il curriculum vitae del generale Nistri non sono abbastanza. Per gestire un sito archeologico bisogna essere laureati nel settore. Si tratta dunque di competenze completamente opposte, che hanno un’idea del controllo del territorio diverso .

Come super manager, il generale Giovanni Nistri, che si avvale di 20 dipendenti e 5 esperti, prenderà un compenso annuo di 100.000 euro lorde. Ciò di cui avrebbe dovuto occuparsi subito il nuovo city manager di Pompei è la messa in sicurezza degli scavi (su 39 cantieri per il recupero degli edifici, solo 4 sono attivi), occuparsi dei progetti e delle gare d’appalto per i lavori di restauro, valorizzare il sito curando il rapporto con gli enti locali. Di ogni iniziativa, per evitare che nelle gare d’appalto ci fosse l’infiltrazione mafiosa, sarebbe stata informata la Prefettura e il Ministero,che avrebbe riferito al Parlamento.

Dopo gli ennesimi crolli dei giorni scorsi, la giustificazione del presidente della Regione Campania, Stefano Caldoro, è stata di aver programmato con i suoi collaboratori gli interventi urgenti per Pompei ma che la gestione del sito spetta ad altri. Caldoro ha concluso dicendo che “l’Italia è fatta così e Nistri non è stato messo in condizioni di poter operare perché è privo di strumenti per farlo” .

Insomma, non è colpa di nessuno, soprattutto di chi, senza togliere i suoi meriti militari, è stato nominato da poco e di chi, come la Regione, amministra direttamente i fondi stanziati per il sito archeologico di Pompei.

Nel frattempo, la Corte dei Conti ha approvato (dopo quasi 4 mesi), la nomina ufficiale di super city manager del gen. D. Giovanni Nistri (registrata il 29 gennaio 2014, n. 218) e il Ministero dei Beni Culturali ha affiancato a Nistri e al vice, dottor Fabrizio Magani, il generale di Brigata Mariano Mossa, che comanda il Nucleo Operativo Tutela Patrimonio culturale, fino a poco tempo fa, alla guida del gen. di D. Nistri. Così anziché uno, ora ce ne sono due di generali dell’Arma!

Fino ad ora è chiara solo una cosa: Pompei senza interventi è destinata a crollare e non è necessario un laureato in Fisica per affermare ciò. Come ha dichiarato il Presidente della Commissione italiana UNESCO, Giovanni Puglisi, “occorre un piano straordinario di interventi che metta in sicurezza l’intera area, perché se questi terreni non hanno un forte drenaggio dell’acqua piovana sono destinati a crollare per intero”.

Il problema che il nostro governo non si è posto, prima ancora di queste nomine, è come sono stati finanziati fino ad ora i soldi dell’UE e dell’UNESCO per la tutela del sito archeologico, considerando anche che sia Pompei sia Ercolano sono una grande attrazione turistica per il nostro Paese. Pompei è affetta da quella che è chiamata la “sindrome da imbuto”, ossia, i soldi ci sono per realizzare le opere ma , a causa della cattiva gestione, al dunque tutto si ferma. Il sito archeologico solo di visite, di gadget e di bookshop incassa 20 milioni l’anno e risulta difficile gestirli perché gli addetti ai lavori tra archeologi e architetti sono solo 20 per circa 1500 edifici. Inoltre, gli impiegati del sito di Pompei devono gestire anche gran parte del Museo Archeologico di Napoli, che comprende anche l’esposizione al pubblico dei i reperti ritrovati a Pompei.

Non è da credere che questi soldi siano stati sciupati da archeologi, da conservatori e da restauratori, che in anni ed anni si sono avvicendati per la salvaguardia del sito. Probabilmente, invece, questi soldi si sono volatilizzati nelle tasche di chi li avrebbe dovuti amministrare anche con buone uscite ingiustificate per il lavoro non svolto ( vedi anche Mali culturali, servizio di Stefania Rimini, Report 2011).

Ad Ercolano esiste già da anni la Foundation Packard Humanities Institute che finanza ricercatori di tutto il mondo per la tutela del sito archeologico di Ercolano. Come ha dichiarato la dott.ssa Maria Paola Guidobaldi, direttrice del sito suddetto, “con una rapida e diffusa azione sul sito, in pochi anni, si è riuscito ad avere dei risultati concreti”.

La Foundation Packard Humanities Institute non potrebbe promuovere a Pompei lo stesso intervento di recupero del sito come quello avvenuto ad Ercolano?

Era proprio necessario, soprattutto dopo i crolli degli  ultimi quattro anni, nominare un ufficiale dell’Arma dei CC, come se fossimo in uno stato di guerra, quando la situazione diviene insostenibile e scandalosa? Quando  il nostro governo inizierà concretamente a mettersi in discussione?!

Dopo l’ultimo crollo, avvenuto il 3 marzo scorso, l’attuale ministro Dario Franceschini, in risposta al commissario Ue per la politica regionale, Johannes Hahn, che ha minacciato il governo italiano di tagliare i fondi, ha stanziato 2 milioni di euro per “interventi di manutenzione ordinaria”. Si tratta di un “contentino” inutile quando per Pompei gli interventi dovrebbero essere straordinari e gli interventi di drenaggio acqua piovana capillari e immediati, considerando il cambiamento climatico negli ultimi tempi e i disboscamenti selvaggi intorno all’aria archeologica.

A Pompei, tutta la zona di via dell’Abbondanza ha problemi di assetto idro-geologico, pertanto, lungo quella fascia, con i temporali, gli edifici crollano o sono destinati a crollare.

Nel 2011, dopo il crollo della casa dei Casti Amanti, la Procura di Napoli ha aperto un fascicolo causato da una spianata realizzata per creare un eliporto. Le indagini sono ancora in corso.

Dopo il presunto furto di una parte dell’affresco della domus di Nettuno, il Ministero dei Beni Culturali ha stanziato 6 milioni di euro per migliorare l’illuminazione e la recinzione di tutta l’area archeologica di Pompei, estendere la videosorveglianza e “assoldare” 30 nuovi vigilantes dell’agenzia Ales, società del Mibact.

Concludendo ci si pone sempre lo stesso quesito: gli scavi di Pompei se ben organizzati quanta occupazione potrebbero dare?

La domanda resta senza una risposta, come se i governi italiani, che si sono succeduti, non volessero creare concretamente benessere, posti di lavoro per l’Italia e, con gusto masochistico, amassero essere criticati e minacciati dalla Commissione UE.

Probabilmente, dopo gli ultimi crolli di Pompei, l’Europa guarda l’Italia come un grande Paese in mano ai barbari, che, senza tenere conto del Dlgs 42/04, “lanciano le sfide ai privati”.



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