“Dormono sulla collina”, gli ultimi 40 anni dell’Italia


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DORMONO COLLINADormono sulla collina è il racconto della storia d’Italia degli ultimi 40 anni, narrato dai protagonisti. Una Spoon River italiana ed un omaggio a De Andrè. E’ riduttivo definirlo un libro; in realtà è un’opera letteraria, poetica, struggente, ironica, graffiante. E’, soprattutto, un libro di memorie che ripercorre la storia d’Italia dal ’69 ai giorni nostri. Un percorso di memorie collettive, ma anche personali. Tante storie raccontate da anime che prendono corpo, dove perfino gli oggetti hanno un’anima parlante. Tutti dormono sulla collina, vittime e carnefici, piccoli e grandi uomini. Tutti hanno attraversato i cieli d’Italia negli ultimi 45 anni, chi solo per un attimo, come stella cadente, chi, come stella cometa, si è soffermata nei nostri cieli qualche tempo in più, per poi sparire nella collina. Ma ora tutti dormono sulla collina, nel buio dell’oblio, in un tempo dove, per ricordare, sei costretto a cercare su Wikipedia o su Google.Sono tanti i sentieri che la collina ti propone e tu sei libero di percorrere quelli che più ti toccano: c’è musica, c’è sport. Ma chi inizia a parlare per prima è la bomba di piazza Fontana; la strage di Piazza Fontana, come dice la bomba stessa, rappresenta l’inizio di una fase di una storia del nostro Paese, che arriva fino ad oggi. Da lì sono cambiate molte cose, tantissime ne sono nate, ed è cambiato anche un modo di vedere e raccontare l’Italia. Il fatto che poi, oggi, la strage sia ancora impunita, rende ancora più evidente l’assenza di una verità nel nostro paese, di una storia che possa essere raccontata. Vale per Piazza Fontana, come per Piazza della Loggia o per Ustica, per le stragi di mafia. La verità non esiste. E i personaggi sulla collina lo sanno bene. “Percorri, come novello Dante, i sentieri e ascolti i loro sospiri, i loro dialoghi. Tutti parlano e si raccontano, buoni e cattivi. Loro non danno giudizi, la loro ansia è quella di non essere dimenticati. Ma chi, come me, ha vissuto gli anni del terrorismo a Roma e gli anni delle stragi di mafia in Sicilia, non può non essere profondamente toccata dai personaggi che hanno attraversato quegli anni bui. E’ il sentiero più straziante, e non poteva essere diversamente, conoscendo la storia personale di Giacomo Di Girolamo.

 

La bomba di Capaci

“Io sono la bomba che vi fa una cortesia: non vi stava così antipatico quel

magistrato troppo prima donna?

Io sono la bomba che tutto accelera: l’elezione del nuovo presidente della Repubblica come la fine di Borsellino.

Borsellino muore a Capaci, non lo capite?

È come un immenso movimento di terra, che poi è la specialità della mafia”

 

La bomba di Via D’Amelio

“Io sono la bomba che completa il lavoro. Non sono la copia di Capaci, sono un’altra cosa, un altro pezzo di frase nello stesso discorso, nello stesso ragionamento.

Io sono la bomba che tutto ferma: c’è un nuovo capo dello Stato, non c’è più il pool antimafia –

è fatto a pezzi, nel senso pieno della parola –, la Prima Repubblica batte i piedi come un malato agli ultimi strazi, il signore delle televisioni ha già deciso di fare un partito tutto suo.

Cento chili di tritolo, in una Fiat 126, posteggiata davanti al civico 21.

Sono la bomba delle mille verità, del gioco di specchi, dei finti pentiti che racconteranno di finti preparativi, finte riunioni, finte strategie, finti motivi.

Tutto finto.

Borsellino Bis, Borsellino Ter, Borsellino Quater. Troppi numeri romani per mascherare l’incapacità a trovare un brandello di luce.

Di vero c’è solo il botto.

Ancora oggi.

Di vero c’è solo il botto, e nulla più.”

 

Emanuela Loi

“Un parco.

Una targa.

Sono stata la prima donna a far parte di una squadra di agenti addetta alla protezione di obiettivi a rischio e anche la prima poliziotta a morire in servizio.

Una medaglia.

Tante strade.

Qualche piazza.

Una via.

Un asilo.

Un istituto tecnico commerciale.

Un istituto tecnico industriale

Ritrovarono quel che restava del mio corpo in un giardino. Un pezzo di seno, come un fiore grifagno, dolorosa pianta.

La bara viaggiò leggerissima – vuota – da Palermo in Sardegna, a casa mia.

Lo Stato fece pagare ai miei genitori le spese del trasporto.”

Le parole ti graffiano l’anima, mentre ti chiedi: “Ma com’è stato possibile dimenticarti?”.

E il tuo cammino prosegue, con il respiro affannoso, mentre ascolti il dialogo tra Giovanni Falcone e Paolo Borsellino:

 

“Ci fu un tempo, Paolo, in cui anche da morti ci sentivamo vivi. Fu subito dopo il nostro strazio, quando avvertimmo una scossa sincera, nel Paese. Poi, cosa sia successo non so.

Dove abbiamo sbagliato, Paolo?

La mafia è cambiata e non sanno riconoscerla più. E non sapendola indicare, non la sanno lottare.

Forse per capire l’Italia, la mafia, l’antimafia e tutto – no, non per capire, per tentare di capire, perché capire non si può, ma avvicinarsi sì – forse, allora, per cercare un filo, devo tornare a quella sera di sabato 23 maggio 1992.

Su Rai Uno fanno Scommettiamo che…?. Fabrizio Frizzi in smoking spunta in televisione, e dice: «Siamo qua, in questo programma di scherzi e lazzi, è l’ultima puntata, non volevamo andare in onda ma alla fine abbiamo deciso che andiamo in onda lo stesso».

Prima, un minuto di silenzio per Falcone.

Applauso del pubblico, tutti in piedi al Teatro delle Vittorie.

Stacco musicale dell’orchestra del maestro Mazza. ….

Ecco, nel corso di questi anni, si è fatta la stessa cosa: prima lo spavento, l’orrore.

Poi la posa, sull’attenti. Il caloroso saluto alle vittime. Infine, seduti.

C’è stato lo stacchetto. Adesso si palleggia.”

 

“Dove abbiamo sbagliato, Giovanni? Non lo so.

Quando ti ho visto morire mi sono rassegnato. Ho avuto poco tempo a disposizione.

Nulla e nessuno avrebbe potuto salvarmi.

E finiva così la nostra lotta d’amore per liberare Palermo e l’Italia.

Forse lo sai dove abbiamo sbagliato? A fare quella foto. Quella che ci vede insieme, vicini e complici, sorridere, parlare dei fatti nostri. È la foto che hanno tutti. Sta nelle scuole, all’ingresso, dietro la scrivania di sindaci e politici, in molte chiese, in aule di giustizia.

Tutti hanno quella foto. Si fanno magliette, poster, portachiavi.

Tanto, in quella foto, ci parliamo tra noi, Giovanni.

Quella foto è sbagliata.

Avremmo dovuto farne un’altra, invece. Dove, insieme, alziamo lo sguardo.

E siamo noi a guardare negli occhi chi ci osserva.

Non so in quanti l’avrebbero appesa una foto così.

Non è una foto da eroi morti da venerare.

È una foto di persone vive che si interrogano.

Non è una foto che ha come didascalia la parola «Antimafia».

Ha come didascalia la parola «Responsabilità».

Ma quella foto, purtroppo, non c’è.

E la lotta alla mafia è nata sui nostri corpi straziati ed è finita subito dopo, soffocata dalla retorica e dal merchandising. I cineforum, le fiaccolate, i cortei. Le fiction, i film, i fumetti, i romanzi, le miniserie in tv.

Le intitolazioni:biblioteche, scuole, aeroporti, piste di sci, strade, viali, piazze…

Chi lo poteva dire: lottare ogni giorno senza riposo, morire da eroi, diventare simboli di una ribellione.

E poi riempire le pagine di Tuttocittà.”

Un’Italia dove manca quella foto mai scattata che ritrae Giovanni e Paolo.

Un’Italia dove non esiste la storia perché manca la verità.

E alla fine di questo percorso, irto e difficoltoso, dove anche il sorriso è amaro, quasi cinico, ci si rende conto che c’è un’altra figura narrante: è la memoria di noi vivi che, come gli altri personaggi della vita collettiva, dorme sulla collina.

Tutti “Dormono sulla Collina”.

Patrizia Bilardello

 

Giacomo Di Girolamo, autore del libro, è un giornalista, e vive a Marsala. È direttore del portale www.tp24.it e della radio trapanese Rmc 101, e collabora con Repubblica e Il Sole 24 Ore. Nel 2014 ha vinto in Premiolino, tra i riconoscimenti più ambiti nel mondo del giornalismo italiano..