Intervista ad Alessandro Silva: “Oddifreddi? Non è un matematico”


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A colloquio con Alessandro Silva, docente di matematica alla Sapienza di Roma

ALESSANDRO SILVANel film “A beautiful mind”,il protagonista Russel Crowe interpretava la figura del grande matematico John F. Nash, Nobel per l’economia, morto nel maggio 2015 in un incidente d’auto. Periodicamente schizofrenico e visionario, Nash viveva in un mondo tutto suo di algebra, equazioni e meccanica quantistica. Ma anche a prescindere da casi estremi o patologici, la figura del matematico incarna tuttora, nella rappresentazione prevalente, l’immagine dello scienziato tutto teorico, sempre stranito e avulso dal mondo delle cose.

Alessandro Silva,70 anni, titolare della cattedra di matematica alla Sapienza di Roma, per fortuna non è proprio così. Anzi, si definisce ironicamente un “matematico spretato”, nel senso che nel suo caso il percorso personale ha agito più di un’innata vocazione. Laureato a Genova con lode e diritto di pubblicazione, frequenta nuovi corsi a Pisa, dove alcuni docenti americani lo incoraggiano a continuare oltreoceano la sua avventura scientifica e personale. Ed eccolo ricercatore all’ Institute for Advanced Study di Princeton, dove “ti danno quello che vuoi, e ti premiano per quanto vali.” Lì incontra la collega italiana Welleda Baldoni, che presto diverrà sua moglie per seguirlo nella vita e carriera (“è più brava di me”).La sede gode di prestigio mondiale, le strutture tecnico-scientifiche sono di prim’ordine. In quegli anni – siamo ai tempi di Nixon e del Vietnam – fa la conoscenza di un Nash “malatissimo e dallo sguardo allucinato”, che sulle lavagne racconta a suo modo, con formule, simboli e vocaboli indecifrabili, il precipitoso ritiro americano da Saigon: “un delirio geniale”.

Ma è la società americana che non gli piace. Così, dopo qualche altra esperienza accademica negli Stati Uniti, torna in Europa con la moglie, per insegnare a Trento, a Parigi – dove respira un clima d’intellettualità coltissima e cosmopolita – e finalmente alla Sapienza di Roma, dove tra l’altro presiederà la Commissione per i dottorati di ricerca, che definisce i criteri generali della selezione.

Ora, dopo un’esistenza di faticose e appassionate ricerche,Silva ammette di sentirsi uno scienziato internazionale, ma di “non aver fatto progredire la matematica.” Ma chi può dirlo? Falsa modestia? Di certo non sembra interessato alla notorietà, amando più la logica dei numeri delle semplificazioni giornalistiche. Nutre piuttosto una preoccupazione costante: la divulgazione. Gli chiedo se i numeri si possano tradurre in parole: “Certo che sì.” Che cos’è un algoritmo? “Una sequenza di operazioni logiche che consentono calcoli complessi.” Si può divulgare la matematica? “Certamente. Negli USA fioriscono le scuole di giornalismo scientifico, ma nonostante cio’ la matematica rimane marginale, e  il New York Times preferisce diffondersi su astruse questioni di fisica, preferendole a scoperte matematiche non certo più astruse, dando così spazio a improvvisati divulgatori estemporanei.” Da noi ci sarebbe quel tal Pier Giorgio Oddifreddi….”E’ uno studioso di logica, una disciplina che dopo aver contribuito fortemente allo sviluppo della matematica, da alcuni decenni è diventata autoreferenziale. Oggi si fa molta fatica a pensare a un logico come un matematico. Poi, a un certo punto, si è dato un ruolo di tuttologo.” Senza trascurare, si direbbe, ispirati atteggiamenti da guru. Questo docente si dichiara “matematico ateo” e ha pubblicato “Il Vangelo secondo la Scienza”, testualmente affermando: “La vera religione è la Matematica, la religione è la matematica dei poveri di spirito.” Che dire? “Detta così non ha senso. Davvero non saprei commentare una tale enormità.” In effetti c’è da chiedersi se si possa elaborare un’ (anti)teologia per via scientifica.

Silva, come si vede, è uomo schietto e anche pungente. Forse alla Sapienza non tutti gli vorranno bene. Come può, con una tale autonomia di giudizio, muoversi in un ambiente culturale spesso accusato di forte chiusura corporativa? In altri termini, professore: un uomo come lei come si trova lì? “Benissimo, perché da tempo non è più così. Ci saranno ovviamente rivalità e gelosie, come ovunque.” Certo, il povero Benedetto XVI non l’avete accolto proprio a braccia aperte. E a storici come Renzo De Felice molti suoi colleghi volevano impedire d’insegnare. Proprio il caso di papa Ratzinger, rivela Silva, cela retroscena imbarazzanti: “Con quell’invito il rettore voleva farsi bello, forse gli serviva un gesto eclatante per lustrarsi un po’ l’immagine. E questo ha suscitato una generale sollevazione.”

Tra fughe di cervelli e sìstemi diversi, come esce l’Italia dal confronto con gli Stati Uniti? “Riguardo alle strutture, la nostra mi sembra una società bloccata nelle sue incrostazioni di provincialismo, che impedisce di selezionare i migliori. C’è anche da dire che la materia in sé non è democratica, in quanto esige una specifica forma mentale” E riguardo agli allievi? “Meglio i nostri: più adulti e responsabili. Gli universitari americani sono più ignoranti e meno maturi.” Be’, questo mi sembra quasi uno scoop. Grazie, professore.

Gian Luca Caffarena



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