Adolfo Wildt (1868–1931). L’ultimo simbolista


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Milano. La GAM Galleria d’Arte Moderna prosegue con la mostra “Adolfo Wildt (1868-1931). L’ultimo simbolista” il percorso di valorizzazione dei nuclei più significativi delle sue collezioni scultoree, inaugurato nel 2015 con la mostra monografica dedicata a Medardo Rosso.

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La mostra, allestita nelle sale espositive al piano terra della Villa Reale dal 27 novembre al 14 febbraio 2016, è promossa dal Comune di Milano | Cultura ed è diretta da Paola Zatti, conservatore responsabile della GAM, con la straordinaria collaborazione dei Musées d’Orsay et de l’Orangerie di Parigi, con cui la rassegna milanese condivide il progetto scientifico e la curatela. La mostra è realizzata nell’ ambito della partnership

triennale fra la GAM e l’istituto bancario UBS.

Il progetto si avvale di alcuni nuclei importanti di opere provenienti dalla Fondazione Musei Civici di Venezia, Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro, dai Musei Civici di San Domenico di Forlì, dal Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia di Milano e di numerosi prestiti da parte di collezionisti privati italiani.

Il percorso espositivo presenta 50 sculture di Wildt in gesso, marmo, bronzo ed è centrato sulla resa plastica e materica di alcuni soggetti portanti della sua produzione, proposti in molti casi in più versioni proprio per sottolineare la sua ricerca sugli effetti dei diversi materiali, ossessione di tutto il suo lavoro d’artista. Il progetto propone anche 10 disegni originali di Wildt e 7 opere a confronto: oltre alla Vestale di Antonio Canova, tre opere di Fausto Melotti e una di Lucio Fontana, che furono suoi allievi alla Scuola del
Marmo da lui fondata nel 1922, annessa all’Accademia di Brera nell’anno successivo.

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Sei le sezioni che scandiscono il percorso, sviluppato in cronologia e per fa si di evoluzione artistica:
1. Sotto l’ala dei maestri (1885-1906): dopo una formazione di bottega come aiutante
di Giuseppe Grandi, Wildt frequenta l’Accademia di Belle Arti di Brera e inizia la sua
carriera personale nel 1885 con una produzione di stampo natura lista, che
successivamente rinnegherà. La sua prima “vera” opera ( Atte, detta anche Vedova,
del 1892) gli procura l’attenzione da par te di un mecenate, Franz Rose, che lo seguirà
e lo sosterrà fino al 1912.
2. La poesia del chiaroscuro (1906-1915): ferito dall’accoglienza della critica dopo la
presentazione al pubblico milanese del gruppo dei Beventi (poi andato distrutto) nel
1906, Wildt mette profondamente in discussione la sua arte, cade in un lungo periodo
di depressione e, quando ne esce, i Beventi hanno ceduto il pos to all’enigmatica
Trilogia. Wildt pare aver trovato la sua dimensione in uno stile più tormentato che
procede per omissioni, deforma e trasforma i corpi alla ricerca dell’effetto psicologico.
3. La famiglia mistica (1915-1918): il tema della madre e del figlio, della Madonna e del
Bambino è un tema importante nella sua produzione e in questa sezione sono esposte
opere che presentano un’iconografia nuova, più spirituale, capac e di dissolvere la
materialità (e la maternità) in una rappresentazione più arcaica e semplificata,
caratterizzata da ellissi e deformazioni della materia.
4. L’asceta del marmo (1918-1926): a partire dal 1915 si fa strada in Wildt una nuova
tendenza espressiva sempre più slegata dalla realtà anatomica e sempre più infusa di
spiritualità, che raggiunge un’estetica fatta di epurazione del le forme, disseccamento
delle fisionomie, semplificazione delle linee, sia nelle sculture che nei disegni: di qui
la rappresentazione di santi e di concetti immateriali come l’anima, le ombre, la musica
e la poesia che caratterizzano questa sezione.
5. L’architettura delle forme (1922-1926): la prossimità di Wildt al regime fascista si
sostanzia nel 1922 nella sua adesione al Novecento italiano, il movimento promosso
da Margherita Sarfatti per il rinnovamento dell’ar te italiana nella direzione del “ritor no
all’ordine”. La sua produzione di questo periodo predilige quindi monumenti e ritratti,
mai realistici e sempre più orientati al “ritratto di idea”, cioè alla rappresentazione
dell’archetipo o della dimensione spirituale dei soggetti.
6. Milano, gli amici e gli allievi. Fontana e Melotti: allievi di Wildt presso la Scuola del
marmo da lui fondata nel 1922, entrambi riconoscono il debito verso il loro maestro,
nonostante le loro ricerche plastiche prendano poi direzioni di verse fino all’astrazione.
Melotti riconosce che “entrambi devono la loro for mazione esclusivamente a Wildt”.

 

“ADOLFO WILDT (1868–1931). L’ULTIMO SIMBOLISTA”
27 novembre 2015 – 14 febbraio 2016
GAM Galleria d’Arte Moderna
via Palestro 16 – 20121 Milano
www.gam-milano.com
c.gam@comune.milano.it
+39 02 88445947
+39 02 88445951

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