I misteri del castello di Fumone, l’ultima prigione di Celestino V


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Fumone (FR) – Verrebbe da pensare che dopo quella tragica prigionia che lo condusse alla morte, questo castello – prima fortezza, poi prigione pontificia, infine dimora dei marchesi Longhi de Paolis – non sia mai più stato lo stesso, gravato da una maledizione che qui continua ad alimentare storie e leggende. E, si dice, da almeno 18 fantasmi. E’ il castello di Fumone, dove il 19 maggio del 1296 si spense Celestino V, 192esimo papa della Chiesa Cattolica sul cui scranno sedette – scomodo – per neanche 4 mesi prima di rinunciare al pontificato.

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Il 19 maggio, quindi, si celebra San Pietro Celestino, eremita e papa, ma anche il giorno della sua morte avvenuta non a L’Aquila, dove invece è sepolto, ma in questo piccolo Comune nella provincia di Frosinone, 783 metri sul livello del mare, la ‘terrazza della Ciociaria’ da cui si comunicava, con segnali di fumo, l’arrivo dei nemici alle popolazioni della sottostante Valle del Sacco che in una sorta di passaparola passavano l’allarme fino alle porte di Roma. Ed è qui, in questa costruzione eretta tra il IX ed il X secolo, che morì Celestino V e la sua morte non è l’unico tragico evento ad aver scosso le antiche mura.

cellacelestinov Intatta la cella in cui Celestino V scontò la sua prigionia, visitarla significa fare i conti con l’immagine dell’anziano eremita che qui dentro trascorse i suoi ultimi dieci mesi di vita, soggiorno al quale non sopravvisse. Stretta e piccola al punto da non poter ospitare più di un visitatore, che riesce peraltro a muoversi con difficoltà, umida e fredda, buia e spoglia, si dice che a Celestino V non fu concesso neanche un giaciglio, costringendolo a dormire sul gelido pavimento di pietra. Insomma, una morte, la sua, non proprio naturale ma, si racconta, indotta da una prigionia che avrebbe messo a dura prova anche un ospite più giovane e sano, figuriamoci l’ex Pontefice quasi novantenne.

Questo fu il luogo dell’agonia ma anche del primo miracolo: l’apparizione di una croce splendente rimasta sulla porta della cella durante tutte le ultime ore di vita del santo. Non è l’unica testimonianza della sua permanenza a Fumone: in una stanza del castello è conservato, in una vecchia teca impolverata e confuso tra tante altre reliquie, un pezzo del cuore di Celestino.

Inquietante? Non quanto le altre storie che circolano sul castello e sui suoi abitanti, dal terribile ‘Pozzo delle Vergini’ al macabro corpo del marchesino che si trova ancora nel castello, chiuso da due secoli in un armadietto di legno. I fantasmi senza pace degli sventurati ospiti del castello si farebbero sentire durante la notte, rimbalzando tra le mura dell’antico borgo (e alimentando anche un filone turistico comprensivo di gadget).

Partiamo dal ‘Pozzo delle Vergini’. Leggenda vuole che, in vigore il diritto di Jus primae noctis, i signori di Fumone rivendicassero la prima notte di nozze delle giovani spose che dovevano giungere all’appuntamento vergini. Quelle che disattendevano la regola, giudicate impure dal signore, venivano gettate nel pozzo che si trova ancora lì, intatto e finemente decorato, all’ingresso del piano nobile del palazzo. Sono le voci delle povere fanciulle a rincorrersi di notte tra le mura di Fumone, accompagnate da quella di un bambino, il marchesino Francesco Longhi Caetani ucciso, si narra, dalle sorelle a soli 5 anni, a metà del 1800.

Invidiose dell’arrivo tardivo dell’erede maschio, e temendo di essere messe da parte, le sette terribili sorelle avrebbero così escogitato e messo a punto il fratricidio facendo ingoiare al piccolo del vetro macinato o, dicono altri, del veleno. Impazzita dal dolore, la madre, la marchesa Emilia Caetani sposa Longhi, non solo fece ridipingere di nero tutti gli abiti che indossavano lei e il marito nei ritratti e aggiungere alle opere il volto del figlio, ma non riuscendo a darsi pace per la morte di quel figlio maschio tanto atteso decise di imbalsamarne il corpo del quale continuò a prendersi cura, lavandolo, vestendolo e parlandogli, fino alla fine dei suoi giorni.

Scomparsa anche lei (e aggiunto il suo pianto di madre inconsolabile alle altre voci dei fantasmi), il marchesino resta ancora lì, nel castello, chiuso in un curioso quanto anonimo mobile di legno a due ripiani. In quello più in alto giace il marchesino nei suoi abiti, circondato dai suoi giochi preferiti, mentre lo scomparto più in basso ospita il guardaroba del piccolo.

Marchesi e vergini a parte, si narra dell’esistenza di almeno 18 fantasmi nel castello, tra cui quello dell’Antipapa Gregorio VIII morto a Fumone nel 1124, sepolto – si dice – tra le mura ma la cui tomba non è mai stata scoperta. Strano luogo da associare a Celestino V che forse, però, anche in questo involontario destino conferma le caratteristiche che le cronache ci hanno tramandato: quelle di un uomo e un eremita, incapace di adattarsi ai confini del ruolo che la storia gli aveva assegnato, di restare nei ranghi di quella dimensione a cui è sempre sfuggito, sorprendendo.



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