La Borsalino è fallita ma il genio di “u siur Pipen” vivrà per sempre


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La storica azienda che ha saputo resistere alle devastanti guerre non ce l’ha fatta a superare la decadenza che contraddistingue il nuovo millennio.

Registi, attori, compositori, scrittori, politici e imprenditori. Persino capi di Stato. Non c’è uomo che conta che non abbia indossato un Borsalino, nome diventato negli anni sinonimo di cappello, proprio come lo sono la bombetta, il turbante o il basco. Del resto, basta pensare a Gianni Agnelli, Warren Beatty, Charlie Chaplin, Harry Truman, Giuseppe Verdi e Ernest Hemingwayper farsi un’idea del suo successo. O a Giulio Andreotti e Francesco Cossiga. A Fred Astaire e Umberto Eco. Fino a gangster del calibro di Al Capone.

Grandi uomini, grandi cappelli, si dice. E dove non sono arrivati loro ha pensato la settima arte, legandosi a doppio filo alla leggenda Borsalino. Oltre a Bogart e Bergman, sul grande schermo lo indossano anche John Belushi e Dan Aykroyd in ‘Blues Brothers’ e Robert Englund nel ruolo di Freddy Krueger. Per non parlare della pellicola ‘Borsalino’, girata nel 1970 con Alain Delon e Jean-Paul Belmondo. Ma il copricapo superstar è anche il preferito di Rorschach, uno dei personaggi principali del fumetto ‘Watchmen’ e nel manga/anime ‘One Piece’, uno dei tre Ammiragli si fa chiamare Borsalino.

Se nell’Hollywood degli anni Quaranta a calarlo sul sopracciglio sono solitamente personaggi come detective privati e gangster, i ‘duri e puri’, l’abito che solitamente fa il paio con il Borsalino è il trench, come fa Humphrey Bogart sempre in ‘Casablanca’. Nell’immaginario collettivo, poi, c’è anche Marcello Mastroianni in ‘8 e 1/2’. Un fotogramma indelebile quello dell’attore italiano, tanto da spingere Robert Redford a indirizzare una lettera a un erede dell’azienda alessandrina per chiedere lo stesso copricapo. “Dear Vittorio, you may remember me – scriveva l’attore americano due anni fa -. My name is Robert Redford”.

Il successo del cappello di Alessandria, che quest’anno ha compiuto 160 anni, si deve tutto a Giuseppe Borsalino, ‘u siur Pipen’ che il 4 aprile 1857 mette su in via Schiavina, ad Alessandria, un piccolo laboratorio specializzato nella produzione di cappelli in feltro. Il laboratorio cresce rapidamente fino a diventare industria e nel 1888 l’azienda si trasferisce nella nuova manifattura di corso Cento Cannoni, progettata da Arnaldo Gardella.

Alla vigilia della prima guerra mondiale Borsalino produce circa due milioni di cappelli l’anno, facendo da traino all’economia della città piemontese. Ma ‘u siur Pipen’ ha progetti più ambiziosi. All’estero il nome Borsalino conquista mercati strategici come quello della City londinese con le bombette firmate Borsalino, e quello statunitense, dove i cappelli made in Alessandria impazzano nell’età d’oro di Hollywood. Negli anni però la produzione inizia a ridursi e il ridimensionamento dell’azienda non tarda ad arrivare.

La Borsalino prova a resistere ai diversi proprietari che si succedono e ai terremoti finanziari che la scuotono, fino a quello di due anni fa, quando a salvare dal rischio fallimento l’azienda di Alessandria arriva il cavaliere bianco Philippe Camperio, finanziere italiano che vive in Svizzera, che affitta un ramo d’azienda della società attraverso il fondo Haeres Equita per garantirne la continuità produttiva. Il fallimento che sembrava scongiurato, però, è stato solo rimandato. Ora che il tribunale di Alessandria ha respinto la richiesta di concordato della Haeres Equita srl, per l’azienda è stato decretato il fallimento.



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